mercoledì 26 aprile 2017

la crisi che sconvolge la Chiesa

UN RARO TESTO INEDITO DI BENEDETTO XVI, DOPO LA RINUNCIA….”La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia”

 

Nihil Operi Dei praeponatur — Nulla si anteponga al Culto divino. Con queste parole San Benedetto, nella sua Regola (43,3), ha stabilito la priorità assoluta del Culto divino rispetto a ogni altro compito della vita monastica. Questo, anche nella vita monastica, non risultava immediatamente scontato perché per i monaci era compito essenziale anche il lavoro nell’agricoltura e nella scienza.
 
Sia nell’agricoltura come anche nell’artigianato e nel lavoro di formazione potevano certo esserci delle urgenze temporali che potevano apparire più importanti della liturgia. Di fronte a tutto questo Benedetto, con la priorità assegnata alla liturgia, mette inequivocabilmente in rilievo la priorità di Dio stesso nella nostra vita: «All’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (43,1).
 
Nella coscienza degli uomini di oggi le cose di Dio e con ciò la liturgia non appaiono affatto urgenti. C’è urgenza per ogni cosa possibile. La cosa di Dio non sembra mai essere urgente. Ora, si potrebbe affermare che la vita monastica è in ogni caso qualcosa di diverso dalla vita degli uomini nel mondo, e questo è senz’altro giusto. E tuttavia la priorità di Dio che abbiamo dimenticato vale per tutti. Se Dio non è più importante, si spostano i criteri per stabilire quel che è importante. L’uomo, nell’accantonare Dio, sottomette se stesso a delle costrizioni che lo rendono schiavo di forze materiali e che così sono opposte alla sua dignità.
 
Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. 
 
La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. Sulla base di questa convinzione sono nati gli studi che sono raccolti nel presente volume 11 della Opera omnia. Ma al fondo, pur con tutte le differenze, l’essenza della liturgia in Oriente e Occidente è unica e la medesima. E così spero che questo libro possa aiutare anche i cristiani di Russia a comprendere in modo nuovo e meglio il grande regalo che ci è donato nella Santa Liturgia.
 
Benedetto XVI
Città del Vaticano, nella Festa di San Benedetto,
11 luglio 2015
 
Il testo che pubblichiamo è stato scritto dal papa emerito Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae. E questo è già di per sé un evento eccezionale, come l’ occasione che lo ha motivato. Joseph Ratzinger compie novant’ anni, proprio nel giorno di Pasqua.
 
Per una combinazione assai rara, quest’ anno la data della Pasqua è la stessa per cattolici e ortodossi. Come regalo speciale, al Papa emerito sarà donata una copia del volume XI della sua opera omnia, Teologia della liturgia, tradotto e pubblicato in russo a cura del Patriarcato di Mosca. Un’ iniziativa preparata da tempo – per la traduzione, curata da Olga Aspisova, ci sono voluti quasi tre anni – che proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Il tutto grazie alla cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca, la Libreria editrice vaticana, la Fondazione Ratzinger e l’ Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», fondata e presieduta dalla professoressa Giuseppina Cardillo Azzaro e che riunisce personalità della cultura e della scienza «dell’ Oriente e dell’ Occidente d’ Europa» ed esponenti della Chiesa cattolica e di quella ortodossa. Il valore ecumenico dell’ iniziativa è evidente. Un’ occasione così importante da convincere il Papa emerito a scrivere la prefazione all’ edizione russa.
 
Il testo porta, non a caso, la data dell’ 11 luglio 2015: il giorno di San Benedetto, patrono d’ Europa. In uno degli interventi centrali del suo pontificato, il discorso memorabile al Collège des Bernardins di Parigi, il 12 settembre 2008, Joseph Ratzinger aveva spiegato come il monachesimo di San Benedetto avesse salvato il patrimonio del pensiero antico e formato la cultura europea grazie a quei monaci che avevano come obiettivo « quaerere Deum », cercare Dio. In uno dei suoi libri più celebri, l’ Introduzione al cristianesimo ( Einführung in das Christentum , 1967), riportava l’ apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Søren Kierkegaard: il circo che s’ incendia, il clown mandato a chiamare aiuto al villaggio vicino, la gente che «ride fino alle lacrime» davanti alle sue grida, villaggio e circo distrutti dal fuoco. Così, nel testo scritto dal Papa emerito per l’ edizione russa del volume sulla liturgia, si vede la coerenza profonda del suo pensiero: la preoccupazione per un mondo nel quale «la cosa di Dio non sembra mai essere urgente», per la Chiesa che «è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita». Per questo si comincia dal volume sulla liturgia. «Ho fatto leggere questa prefazione ad amici ortodossi: “È fortissima”, mi hanno detto quasi commossi, “si vede che siamo in profonda sintonia”» racconta il professor Pierluca Azzaro, curatore e traduttore dell’ edizione italiana dell’ Opera omnia e presidente vicario della Accademia «Sapientia et Scientia»: «Il preziosissimo ponte che Joseph Ratzinger getta tra Oriente e Occidente riguarda la liturgia: e indica la strada non vaga e utopica, ma concreta e viva per un vero cammino di rinascita che veda mano nella mano cattolici e ortodossi».

https://benedettoxviblog.wordpress.com/2017/04/20/un-raro-testo-inedito-di-benedetto-xvi-dopo-la-rinuncia-la-causa-piu-profonda-della-crisi-che-ha-sconvolto-la-chiesa-risiede-nelloscuramento-della-priorita-di-dio-nella-liturgia/?iframe=true&theme_preview=true

martedì 25 aprile 2017

Spirito Santo o Spirito del Mondo???

Dottrina vs Discernimento 

 



L’intervista rilasciata da p. A. Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesú, al vaticanista Giuseppe Rusconi (pubblicata su Rossoporpora) ha fatto parlare di sé soprattutto per l’infelice battuta sull’assenza di registratori al tempo di Gesú. Connesse con quell’affermazione, però, Padre Sosa faceva alcune considerazioni sul discernimento, che sono state trascurate dai piú, ma sulle quali mi sembra opportuno soffermarsi, tenuto conto delle conseguenze che esse possono avere nella vita della Chiesa. I termini “discernere” e “discernimento” ricorrono nell’intervista 24 volte. Mi limiterò a riportare qui il passo dove si tratta del rapporto fra dottrina e discernimento:

Vediamo se ho capito bene: se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che una certa azione la posso compiere, lo posso fare senza sentirmi in colpa e con l’approvazione della comunità… posso per esempio fare la Comunione anche se la norma non lo prevede…
La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato… è nata, ha imparato, è cambiata… per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto piú sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo…
Mi par di capire che per Lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina…
Sí, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina…
Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina… 
Questo sí, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.
Ho scelto questo passaggio dell’intervista perché mi sembra significativo. Esso mette bene a fuoco il nuovo atteggiamento pastorale assunto dalla Chiesa ai nostri giorni: non si rigetta di per sé la dottrina, ma ad essa si preferisce il discernimento. Su tale contrapposizione ci eravamo già soffermati in un precedente post: nel passaggio dalla dottrina al discernimento individuavamo la caratteristica principale della “rivoluzione pastorale” in corso. Le affermazioni di Padre Sosa confermano che avevamo visto giusto e ci dànno l’occasione per fare alcuni ulteriori approfondimenti.

* * *

Innanzi tutto, cerchiamo di capire in che cosa consista realmente la dottrina. “Dottrina” deriva dal latino doctrina, che è il sostantivo del verbo docere (= insegnare); il suo significato originale è pertanto quello di “insegnamento”. Essa ha però assunto progressivamente un significato piú tecnico di “complesso organico di principi teorici fondamentali sui quali è basato un movimento politico, artistico, filosofico, scientifico e sim.” e, piú specificamente, quello di “complesso dei dogmi e dei principi della fede cristiana” (Zingarelli). Da qui si comprende il disagio provato da Padre Sosa nei confronti del termine: «Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra». Padre Sosa non sta dicendo niente di nuovo; esprime una mentalità assai diffusa nella Chiesa odierna, una mentalità alla quale lo stesso Papa Francesco non si sottrae:
È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina — sottolineo la parola, parola difficile da capire — ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? (visita alla chiesa luterana di Roma, 15 novembre 2015);
La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata (intervista alla Civiltà Cattolica, n. 3918, p. 476; cf Evangelii gaudium, n. 40);
Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri” (Amoris laetitia, n. 49);
Il nostro insegnamento sul matrimonio e la famiglia non può cessare di ispirarsi e di trasfigurarsi alla luce di questo annuncio di amore e di tenerezza, per non diventare mera difesa di una dottrina fredda e senza vita (ibid., n. 59).
Sinceramente, si fa fatica a comprendere tanta avversione nei confronti della… pietra. La pietra è dura; la pietra è fredda; la pietra è inamovibile e immutabile; mentre la realtà è mutevole, instabile, fluida, in continuo sviluppo; la realtà è sfumata e può difficilmente essere incapsulata in formulette fisse e intangibili. Ma proprio perché la realtà è cosí “liquida”, abbiamo bisogno di qualcosa di stabile su cui fondarci. Come ci ricorda la parabola del vangelo, la casa va costruita sulla roccia, non sulla sabbia (Mt 7:24-27; Lc 6:47-49). E questa roccia è Cristo (1Cor 10:4). È lui la pietra viva, su cui si fonda l’edificio spirituale formato da pietre vive, che siamo noi (1Pt 2:4-5). In questo passo della Prima Petri, l’apostolo cita un versetto del profeta Isaia («Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso», 28:16), nel quale la fede è messa in rapporto con la pietra. In ebraico la radice ’mn (da cui il verbo ’aman, “credere”, e la nostra interiezione amen, “veramente”, “è cosí”, “ci credo”) esprime la nozione di stabilità, solidità, fedeltà. “Credere” significa, innanzi tutto, “acquistare saldezza e fermezza” appoggiandosi a qualcuno che è saldo e fermo come una roccia. Gesú — la “pietra” su cui solo si può edificare (1Cor 3:11) — dovendo dare un soprannome a Simone, lo chiama Pietro. Se la Scrittura ci trasmette una concezione tanto positiva della pietra, con quale diritto ci permettiamo di giudicarla negativamente, perché fredda e dura? È corretto citarne esclusivamente l’uso — possibile (perché previsto dalla legge), ma certamente non raccomandato dal vangelo — di strumento per la lapidazione?

Ebbene, se la dottrina svolge nella Chiesa il ruolo di “pietra” su cui si fonda la fede dei cristiani, non vedo che cosa ci sia di male. La fede deve necessariamente far riferimento a qualcosa di solido, fisso, immutabile; essa non può essere in balia dei venti delle ideologie umane o dei mutevoli sentimenti. È vero che alle origini della Chiesa ci furono animate discussioni — spesso delle vere e proprie lotte — sul significato da dare agli insegnamenti di Cristo; ma a poco a poco la Chiesa è riuscita a definire tale significato e a fissarlo in alcune formule, che non possono piú essere modificate, se non si vuole ripiombare in quelle diatribe, che dovrebbero ormai ritenersi definitivamente concluse. Facciamo un esempio: durante la crisi ariana si discusse se Gesú Cristo fosse homoousios (= “della stessa sostanza”) oppure homoiousios (= “di sostanza simile”) al Padre. Una volta chiarito che Cristo è consostanziale al Padre, non ci si può lamentare che homoousios è una formula fissa, che impedisce una legittima dialettica e il pluralismo teologico nella Chiesa; non si può dire che la realtà è piú sfumata, che non è in bianco e nero, ecc. ecc. O Cristo è homoousios o non lo è; non ci sono sfumature che tengano. E se io affermo che Cristo è homoousios non sto scagliando pietre contro chicchessia, sto semplicemente affermando la mia fede nella vera natura di Cristo. Se poi ci sono alcuni che rimangono scandalizzati dalla mia affermazione, è un problema loro, non mio. Oltretutto, previsto dalla Scrittura: «Per quelli che non credono “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo” (Sal 118:22) e “sasso d’inciampo, pietra di scandalo” (Is 8:14). Essi vi inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati» (1Pt 2:7-8). Non vedo perché ci si debba meravigliare della possibilità che qualcuno possa rifiutare Cristo; è una eventualità compresa nella libertà umana. Il fatto che qualcuno possa rifiutare Cristo non mi autorizza a cambiare — o, se si vuole, a mettere fra parentesi — la dottrina, solo per non indisporre qualcuno.

È vero dunque che la dottrina è il risultato di una “cristallizzazione”, vale a dire di un processo di chiarificazione, precisazione e definizione delle verità della fede. Ma tale processo non può essere visto in maniera negativa, come una manifestazione di chiusura mentale, fariseismo o legalismo che dir si voglia. È piuttosto da considerarsi come una forma di amore e di venerazione per la parola di Dio. È l’amore che spinge i credenti a cercare di comprendere meglio ciò che Dio ha voluto rivelare loro e, una volta compreso, cercare di fissarlo, custodirlo e tramandarlo cosí com’è, senza mutazioni. Si tratta di un bene troppo prezioso perché possa essere manipolato. Depositum custodi, è il chiaro monito di Paolo a Timoteo: come avrebbe potuto la Chiesa comportarsi diversamente?

Ma le formule fisse, si potrebbe obiettare, possono trasformarsi nella “lettera che uccide”, di cui parla Paolo (2Cor 3:6); la caratteristica della nuova alleanza non è la lettera, ma lo Spirito che dà vita. Ma noi abbiamo la certezza che quel processo di cristallizzazione è avvenuto proprio sotto l’impulso e la guida dello Spirito Santo, e che lo stesso Spirito continuerà a rendere vive quelle formule apparentemente morte.

* * *

Alla dottrina, come dicevamo, oggi si preferisce il discernimento. Di esso ci siamo occupati in un precedente post. Siamo consapevoli dei limiti di quella trattazione, ma finora non siamo riusciti ad approfondire il discorso, come pure avevamo successivamente auspicato (qui). Non c’è dubbio che il discernimento possa vantare nobili ascendenze (le origini neotestamentarie e poi la tradizione ignaziana, a cui tanto Papa Francesco quanto Padre Sosa, per evidenti motivi, si rifanno). Tutto sta a vedere se il discernimento, che ora viene proposto in qualche modo come sostitutivo della dottrina, sia figlio legittimo del discernimento neotestamentario e ignaziano, o se non vada piuttosto considerato come… bastardo.

Oggi, al posto della dottrina — dura come la pietra, fissa, immutabile, fredda e astratta — si vorrebbe il discernimento, perché piú aderente alla realtà, piú malleabile, piú capace di cogliere la presenza e la volontà di Dio nelle molteplici e diversificate situazioni della vita. Padre Sosa descrive cosí la pratica del discernimento: esso «si pone in ascolto dello Spirito Santo, che — come Gesú ha promesso — ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana». Ecco, si dà per scontata — lo ha promesso Gesú! — la presenza dello Spirito Santo nel discernimento, dimenticando che si fa discernimento proprio per verificare tale presenza. Si dimentica che, all’origine, il discernimento è discretio spirituum; si dimentica che non esiste solo uno spirito buono (lo Spirito Santo), ma anche uno spirito cattivo; si dimentica che non è facile distinguere la presenza e l’azione dell’uno e dell’altro; e proprio per questo è necessario il discernimento. Ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una banalizzazione del discernimento, come se bastasse porsi “in ascolto dello Spirito Santo” (che significa poi concretamente?), quando invece il problema è proprio quello di stabilire se è lo Spirito Santo che mi sta parlando o non piuttosto la voce del Nemico (il quale, come ci ricorda San Paolo, spesso si maschera da angelo di luce, 2Cor 11:14). Un gesuita dovrebbe sapere quanto sia difficile distinguere fra lo Spirito vero e le sue contraffazioni.

Tra le altre cose, Padre Sosa ricorda un aspetto importante:
Il discernimento bisogna farlo insieme, insieme. Il discernimento non è mai solo di una persona: dobbiamo insieme condividere il percorso. Il discernimento è molto impegnativo, non è una parola caricaturale.
Prima che l’individuo, è la Chiesa che fa discernimento. Ed è quello che ha sempre fatto. In fondo, anche la dottrina è frutto di discernimento. Per tornare all’esempio che facevamo, nel decidere che Cristo era homoousios e non homoiousios, la Chiesa ha fatto discernimento; ma lo ha fatto una volta per sempre. Non è che debba continuare a farlo a seconda delle diverse situazioni, come se in qualche caso Cristo possa essere homoousios e in altri casi possa essere homoiousios.

La Chiesa inoltre, come evidenziavo nel post del 29 luglio 2016, non fa discernimento solo attraverso il suo Magistero, ma anche attraverso il sensus fidelium. I fedeli, considerati nel loro complesso, hanno un “sesto senso” infallibile, un “fiuto” spirituale con cui riescono a riconoscere istintivamente lo spirito buono e lo spirito cattivo.

Quello che oggi, nella nuova pastorale, viene spacciato per “discernimento pastorale” a me pare non essere altro che il vecchio “libero esame” luterano camuffato da discernimento ignaziano. Si tratta di un modo come un altro per sdoganare il soggettivismo nella Chiesa cattolica. Mentre finora c’era la dottrina a regolare la vita dei fedeli, un punto di riferimento oggettivo a cui tutti dovevano, volenti o nolenti, adeguarsi, adesso ciascuno è invitato a “discernere”, cioè, praticamente, a decidere autonomamente (per quanto, ufficialmente, “in ascolto dello Spirito”). Non serve, come fa p. Sosa, ribadire che la dottrina non scompare, dal momento che essa «fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina», quando poi si ammette che il discernimento può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina, in quanto «la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo». In tal modo, la dottrina è diventata davvero “lettera morta”, per lasciare spazio esclusivamente a un discernimento incondizionato. Quando invece la dottrina dovrebbe costituire uno dei criteri oggettivi del vero discernimento: indicare quali sono i limiti (oggi va di moda parlare di “paletti”) oltre i quali il discernimento, per essere autentico, non può andare.

Dottrina e discernimento non dovrebbero perciò essere considerati come alternativi tra loro, ma piuttosto come complementari e reciprocamente dipendenti: la dottrina è frutto di discernimento; ma, a sua volta, il discernimento non può mai prescindere dalla dottrina: può sempre e solo svolgersi all’interno di essa. Che poi lo Spirito Santo sia superiore, non c’è dubbio; ma è tale non solo rispetto alla dottrina, ma anche rispetto allo stesso discernimento. Dottrina e discernimento sono due manifestazioni del medesimo Spirito, che non possono in alcun modo trovarsi in conflitto fra loro.
Q


i benedettini fuori da Norcia

I monaci benedettini si trasferiscono definitivamente fuori da Norcia

Un Monastero alle pendici di un monte

Riprendiamo, nella nostra traduzione, da Rorate Caeli

Dopo essersi trasferita a Norcia da Roma nel 2000, nel luogo di nascita di San Benedetto, la comunità tradizionale dei benedettini aveva vissuto nel mezzo della città nella vecchia rettoria diocesana, e pregando l'ufficio nella basilica costruita sulla casa di S. Benedetto e Santa Scolastica. Da quando la basilica è stata distrutta dai recenti terremoti dell'Umbria, tuttavia, i monaci hanno vissuto nel granaio di un vecchio monastero su una collina sopra la città. [Si tratta del Monastero di San Benedetto in Monte, abbarbicato su un’altura che domina il luogo natale di San Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale - ndT]. Nell''immagine a lato: una storica celebrazione, dopo sette secoli. nella Basilica imperiale di Santa Croce al Chienti.
Ora hanno annunciato sul loro sito web che lo spostamento sarà permanente:
Per 16 anni, i monaci hanno custodito la storica casa natale di San Benedetto e di sua sorella gemella Santa Scolastica. I monaci sono grati alle tante persone che li hanno aiutati a riportare la basilica alla sua grande bellezza nel corso di questi anni benedetti. Ora, l'Unione europea e lo Stato italiano s'impegnano a ricostruire la basilica e il monastero. L'Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, proprietaria degli edifici, ha deciso che gli spazi dovranno essere utilizzati dalla diocesi in quanto tutte le altre chiese della città sono state distrutte. Mentre i monaci lavorano per costruire il nuovo monastero fuori le mura di Norcia “in Monte”, i loro cuori rimarranno lì nell'antica cripta della Basilica, la casa in cui è nato il loro grande fondatore e padre, San Benedetto.
Purtroppo sembra che il vescovo di Spoleto voglia restaurare la basilica in stile moderno. I monaci, però, vedono in questo nuovo sviluppo la mano della Divina Provvidenza. Nel suo messaggio pasquale, il priore, P. Benedetto, scrive quanto segue:
Per i monaci è giunto il momento di dedicarsi a nuovi progetti di costruzione presso la nostra casa in montagna a Norcia, a seguito della richiesta da parte dell'arcidiocesi di Spoleto di liberare spazio nei nostri edifici in città (che appartengono alla diocesi) per le proprie esigenze. L'arcidiocesi ha centinaia di immobili danneggiati e gli edifici in città sono tra i meno danneggiati. Vediamo la loro richiesta come un segno della volontà di Dio: noi possiamo iniziare un nuovo capitolo della vita della nostra comunità sul fianco della montagna. 
I monaci avranno bisogno di sostegno, al fine di costruire una nuova abbazia sul sito del vecchio granaio.

Fin qui Rorate Caaeli tradotto a cura della Redazione.
Ho poi visitato il sito dei monaci e trovato la pagina che riproduco qui:

Partecipate Anche Voi!

I monaci chiamano la loro campagna di costruzione “Radici Profonde”. È un invito aperto a tutte le persone del mondo affinché aiutino i monaci a costruire un monastero antisismico, donando alla città di Norcia una fiorente comunità monastica per i secoli a venire.
 
In seguito agli impegni presi dall’UE e dal governo italiano per la ricostruzione degli edifici storici in città per i bisogni della diocesi, i monaci rivolgeranno i propri sforzi alla chiesa del sedicesimo secolo e al resto della proprietà fuori le mura.
 
Qui verrà costruito ex-novo un magnifico monastero con una chiesa, per complementare quello già esistente, il che racchiude l’essenza della vita dei monaci: il rinnovamento dell’uomo attraverso il culto di Dio, affinché gli uomini possano diventare monaci, i monaci santi e Norcia, l’Europa e il mondo possano avvicinarsi a Dio.
Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona.

∼ J. R. R. Tolkien ∼

https://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/04/i-monaci-benedettini-si-trasferiscono.html

lunedì 24 aprile 2017

alla sera ti cerco ...

PREGHIERA DELLA SERA

 
Perdonami, Signore. La terra non si apre per inghiottirmi, come Datan e Abiron, i flutti del mio peccato come i flutti del mar Rosso non si rovesciano su di me ricoprendomi come il faraone e il suo esercito. 

Possa io avere la forza di Debora e di Giaele per trafiggere il nemico con la croce di Cristo e possa vedere con Manoach l'Angelo di Dio elevarsi nella fiamma. 

Fa' che io non imiti la debolezza di Sansone. Le seduzioni della carne non mi facciano perdere la tua gloria, Signore, consegnandomi nelle mani di estranei che tramano la menzogna.

domenica 23 aprile 2017

il Papa arrestato e deportato

Pio VII, Papa eroico e dimenticato. Arrestato e deportato, non si piegò mai a Napoleone





La Chiesa e i grandi poteri non hanno mai avuto ottimi rapporti. Lo Stato Pontificio è sempre stato un luogo di conflitto. Nel 1797 Pio VI venne arrestato e deportato da alcuni rivoluzionari in Francia, dove morì tre anni dopo. Anche Napoleone ha avuto i suoi conflitti con il Successore di Pietro.

Napoleone voleva estendere il proprio potere in tutta l’Europa, aspirava a creare un impero che non avesse fine e si vedeva come il grande imperatore onnipotente del continente europeo. Tutto doveva essere sotto il suo controllo e il suo potere, anche il nuovo papa, Pio VII.

All’inizio Napoleone voleva essere un alleato di Roma. Non voleva agire come i rivoluzionari, ma giungere a un accordo con lo Stato Pontificio. Venne firmato un concordato, con il quale si pensava di pacificare gli animi. Nonostante questo, Napoleone portò avanti i suoi piani. Per lui il pontificato era una semplice pedina della sua strategia militare.

Voleva umiliare papa Pio VII. La prima cosa che fece fu obbligarlo ad andare a Parigi alla sua incoronazione. Circolano due versioni: la prima parla di come Napoleone avesse preparato una sorpresa per il papa – si sarebbe incoronato da solo –, la seconda dice che fu il papa che in un atto di dignità si rifiutò e diede solo una benedizione con riluttanza.

Ma perché Napoleone volle obbligare il papa ad assistere alla sua incoronazione? L’idea di Napoleone era trattenere il pontefice in Francia, ma desistette rendendosi conto che se il papa non fosse tornato i cardinali avrebbero pensato che aveva rinunciato e avrebbero eletto un nuovo pontefice. Fu la prima delle tensioni.

Nel 1806 Napoleone minacciò il papa quando la Gran Bretagna chiese al pontefice di astenersi davanti al blocco continentale alla Francia. “Sua Santità è sovrano di Roma, ma io sono l’imperatore; tutti i miei nemici devono essere i suoi”, gli scrisse.
Nel 1808 le tensioni aumentarono. Le truppe dell’imperatore entrarono nella Città Eterna, e il papa si ritirò nel Quirinale. Napoleone riuscì ad annettere parte del territorio, ma voleva di più.

Nel 1809 decretò l’annessione del resto dei territori e lasciò che il pontefice restasse nella sua residenza di Roma. Pio VII eseguì la condanna più grave che si può verificare nella Chiesa e scomunicò l’imperatore. Alcuni diranno che non fu una scomunica perché non citava il nome del pontefice, ma non serviva. La bolla Quam memorandum era molto chiara: “scomunicava i ladri del patrimonio di San Pietro”.

I rapporti finirono per rompersi, e Napoleone decise di arrestare il papa. Quando le truppe entrarono nel Quirinale, Pio VII non oppose resistenza. In quel momento il papa pronunciò la frase più famosa del suo pontificato. Gli venne chiesto se rinunciava allo Stato Pontificio e se ritirava la scomunica, ma la risposta fu netta: “Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo”.

Venne portato a Savona, in un viaggio disumano con il quale Napoleone voleva continuare a umiliarlo. Cercò di far sì che il papa sostenesse la sua causa, ma Pio VII rifiutò i vescovi designati dall’imperatore e il suo divorzio e successivo matrimonio. Napoleone convocò un concilio a Parigi per umiliare ancor di più il pontefice, ma i vescovi appoggiarono Pio VII.

La tremenda storia di Pio VII non finì qui. Venne trasferito nel palazzo di Napoleone, e nel trasferimento fu sul punto di morire. Sopravvisse a una grave malattia, e l’imperatore pensò che il papa avrebbe potuto essergli più utile se lo avesse liberato. Si sbagliava. Pio VII non si lasciò manipolare, e Napoleone lo arrestò e lo deportò nuovamente. Venne portato da un luogo all’altro, da una città all’altra.

Pio VII sarebbe stato liberato dagli austriaci e poco dopo Napoleone avrebbe abdicato. Il papa tornò nel luogo dal quale non avrebbe mai dovuto andar via: la sua residenza di Roma.

Pio VII potrebbe arrivare agli altari, e forse presto sarà santo. Benedetto XVI rimase così colpito dalla sua storia, dal suo coraggio e dalla sua forza da dichiarare il “nihil obstat” e da concedergli il titolo di Servo di Dio. Attualmente nella diocesi di Savona-Noli è aperta la sua causa.

Anche la storia di Napoleone è forse finita in modo positivo, o almeno strano. Esiliato nell’isola di Sant’Elena, disse del pontefice: “È davvero un uomo buono, amabile e coraggioso. È un agnello, un vero uomo, che mi fa sentire piccolo”. Fu forse la conseguenza degli anni di lotte con il pontefice, della determinazione di Pio VII o di una caduta da cavallo come per San Paolo. Perché alla fine dei suoi giorni Napoleone parlò così del pontefice? Lo sa solo lui.

Il fatto è che l’imperatore francese alla fine venne sconfitto. Non il suo esercito né il suo potere, ma il suo egoismo e la sua lotta personale. In esilio si convertì e abbracciò la fede. Ma questa è un’altra storia.


[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

sabato 22 aprile 2017

La mia pace

Non come la dà il mondo

 



«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27).

Eccoci giunti ad un altro dono dello Spirito Santo: la pace. Una meditazione di un certosino che ci esterna in questo brano parole su cui riflettere. Facciamone tesoro!

La pace è un altro frutto dello Spirito Santo. Essa presuppone l’assenza di agitazione, che è esattamente l’opposto della pace; presuppone il riposo della volontà in possesso stabile del bene desiderato. Questo è esattamente lo stato della persona che è totalmente consegnata allo Spirito Santo. Se ci troviamo in questa situazione, cosa sarebbe in grado di disturbare la pace? La malattia, la debolezza, le umiliazioni, le tentazioni? La persona sa che tutto questo, è permesso dal Padre del cielo e sarà per lei un gran bene. Potrebbe essere la morte? No, perché la aspetta con amore e sente che non le manca il valore ed il coraggio di accettarla, continuando, così, a vivere.

Come questa persona potrebbe non sentirsi inondata di pace, sapendo che è consegnata a Colui che è l’unico centro di tutte le cose, e avendo un unico timore: offendere, in qualsiasi modo, un Padre così buono? È pienamente immersa nell’ordine, quindi usufruisce della tranquillità che è il risultato necessario della vera pace. Questa è la pace che il Signore desiderava ai suoi discepoli dopo la risurrezione: “La pace sia con voi, vi do la mia pace”, così diversa dalla pace del mondo.

La pace è una condizione necessaria per una perfetta vita della grazia in noi. Ed il diavolo lo sa bene. Quindi cerca di seminare l’inquietudine, in ogni modo, particolarmente nelle persone consacrate a Dio. Questo è l’obiettivo immediato dei suoi sforzi. Una persona irrequieta, si lascia sopraffare dalla tristezza e si ripiega su se stessa, ciò la impedisce di aprirsi come un fiore al sole dell’amore divino e, quindi, di glorificare Dio come dovrebbe farlo. La via d’uscita da questa situazione, quando non se sa evitare le insidie del diavolo, è umilmente aprire il cuore al confessore o al suo maestro di novizi. Questo rimedio è più efficace quanto più spiacevole al demonio dell’orgoglio, e prepara la persona, in modo efficiente, a lasciarsi muovere dallo Spirito divino.

Infine, questa pace sarà più consolidata in noi, quanto più ci applichiamo a essere fedeli di fronte alle piccole ispirazioni della grazia, con l’unica preoccupazione di compiere la volontà di Dio, anche nei piccoli dettagli. “Grande pace hanno quelli che amano la tua legge”, canta il salmista (Sl 119). La pace è il frutto della santità e dell’amore filiale. Felice la persona che è pia – “farò scorrere verso di essa, come un fiume di pace” (Is 66, 12).
(Un certosino)

venerdì 21 aprile 2017

Il mix letale per Benedetto XVI

Il mix letale per l'Europa secondo Benedetto XVI

Ratzinger a un convegno in suo onore: "Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva"



Il titolo del simposio organizzato dalla Conferenza episcopale polacca per i novant’anni del Papa Benedetto aveva per titolo “Il concetto di stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, e quest’ultimo, dal buen retiro dei Giardini vaticani, ha spedito un messaggio che riassume in una manciata di righe il suo pensiero in proposito. Non solo, perché quella di Benedetto è una fotografia lucida sullo stato presente dell’Europa. “Il tema scelto – ha scritto Ratzinger – porta autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente  che noi sviluppiamo una concezione convincente dello stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle”.

Il Pontefice ha voluto sottolineare che il futuro dell’Europa passa solo dalla comprensione che un mix esplosivo la sta portando alla distruzione: l’ateismo (secolarismo spinto alle estreme conseguenze, dove del quaerere Deum che segnò la fortuna dell’occidente non v’è più traccia) e l’emergere sempre più prepotente del radicalismo religioso insito nei movimenti islamistici. Cioè della deriva politica di una precisa religione. Parole non troppo frequenti, oggi, nell’occidente alla ricerca dell’identità perduta.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/04/20/news/benedetto-xvi-pericoli-occidente-131094/#.WPpqZiAWgP8.facebook

una liturgia di rottura

SARAH: LA CRISI DELLA CHIESA E' UNA CRISI LITURGICA


 
Il prefetto del Culto Divino denuncia il disastro, la devastazione e lo scisma dei sacerdoti e teologi ammalati di novità che hanno rimodellato la liturgia della Chiesa secondo le loro idee
di Lorenzo Bertocchi
 
Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé.

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI
Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».
Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo "rubricismo" troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa "riforma" che ha sostituito il vero "restauro" voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA
Ricordando la famosa indicazione espressa in diverse occasioni già dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il prefetto ha sottolineato che «la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino».
Anche se il Concilio ha voluto promuovere una maggior partecipazione attiva del popolo di Dio, «noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».

LA LITURGIA COME SACRIFICIO E GLORIFICAZIONE DI DIO
C'è una «grave crisi di fede», secondo Sarah, che dobbiamo riconoscere «non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una autocelebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità».
Molti «ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, "Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano».

L'ADORAZIONE DI DIO E NON DELL'UOMO
«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI», ha scritto il cardinale, «alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di "fare" qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica.
Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sotto-stimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa "primavera" come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare».

LA TRADUZIONE DEL MESSALE

A proposito di un argomento attuale, vista la commissione recentemente istituita e che sta lavorando proprio su questo tema, il cardinale ha specificato che «certe Conferenze episcopali rifiutano anche di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni reclamano che ogni chiesa locale possa tradurre il messale romano, non secondo il patrimonio sacro della Chiesa e in base ai metodi e i principi indicati da Liturgiam authenticam, ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali suscettibili di essere, dicono, comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo desidera essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Il Vangelo e la Rivelazione, anch'essi, sono "reinterpretati", "contestualizzati" e adattati alla cultura occidentale decadente. (...) Molti rifiutano di guardare in faccia all'opera di autodistruzione della Chiesa con le sue stesse mani, attraverso la demolizione pianificata dei suoi fondamenti dottrinali, liturgici, morali e pastorali».

IL FUTURO DI SUMMORUM PONTIFICUM

Al termine del suo lungo e articolato messaggio il prefetto del Culto divino ha indicato quella che «da lungo tempo» è una convinzione che lo abita. «La liturgia romana riconciliata nelle sue due forme, che è essa stessa frutto di uno sviluppo, (...), può lanciare il processo decisivo del "movimento liturgico" che tanti sacerdoti e fedeli attendono da tempo. Da dove cominciare? Io mi permetto di proporre tre piste che ho riassumo in queste tre lettere: SAF, silenzio, adorazione, formazione. (...) Il silenzio, senza il quale non possiamo incontrare Dio, (...) l'adorazione (...) e la formazione liturgica a partire da un annuncio della fede o catechesi avente come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ciò che ci protegge da eventuali elucubrazioni più o meno convincenti di alcuni teologi ammalati di "novità". (...) Io vi chiedo di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa».
 
Titolo originale: Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/04/2017

Ex Oriente LUX

Perché guardare a Oriente 

 

 

don Elia.

Per chi avesse dei dubbi in proposito, il nostro guardare alla Russia non nasce da un’idealizzazione romantica né da un personale gusto slavofilo. È pur vero che ci sentiamo doppiamente orfani (di Chiesa e di Nazione), ma non per questo ci sentiamo autorizzati a sceglierci a piacimento un’ideale o spirituale patria alternativa, anche perché – psicologicamente parlando – non sarebbe altro che una fuga illusoria. No. Ciò che guida il nostro orientamento è una duplice costatazione. Sul piano religioso, è il fatto che la Madonna abbia espressamente e ripetutamente chiesto la consacrazione di quel grande Paese al Suo Cuore Immacolato. Sul piano geopolitico, è il fatto che la Russia, insieme con la Cina, costituisca a livello politico, economico e militare un valido polo alternativo a quello euro-americano, responsabile di averci sprofondato in uno sfacelo che non risparmia più nulla e diventa sempre più pervasivo, non trovando più ostacoli neanche da parte della Chiesa Cattolica, i cui vertici, in buona parte, assecondano anzi la demoniaca opera di sovversione, quando non vi cooperino attivamente.

La macchina propagandistica occidentale, ovviamente, si è da anni scatenata senza ritegno in una campagna diffamatoria priva di scrupoli nei confronti del capo del Cremlino. È interessante sapere che un ufficiale del Pentagono sia stato intercettato mentre sbraitava con i suoi sottoposti in Siria per ottenere che i bombardieri americani fossero ben camuffati così da essere scambiati per aerei russi. È curioso che, dopo un presunto bombardamento con i gas, zelanti giornalisti armati di telecamere si siano trovati tempestivamente sul posto e abbiano ripreso le vittime senza riportarne danni, mentre degli operatori sanitari le maneggiavano allegramente senza guanti e, magari, senza neppure la mascherina. È incredibile che, dopo la presa di Aleppo, siano stati trovati militari occidentali nelle zone controllate dai “ribelli”. È quanto meno sospetto che la propaganda si faccia quanto mai aggressiva, proprio ora che Assad, grazie al sostegno russo, sta riprendendo il controllo del Paese e vincendo una guerra progettata, armata e guidata da israeliani, americani e sauditi.

Siamo peraltro ben consapevoli che riguardo alla Cina, d’altra parte, non ci sia proprio da star tranquilli. La tipica perfidia dei suoi dirigenti comunisti si coniuga a una saggezza millenaria che ha permesso ai cinesi di sfuggire ai tentativi di colonizzazione; lo stesso marxismo ha assunto una tinta propria, mentre l’attuale sviluppo in senso capitalistico (che ha del prodigioso), lungi dal minacciare l’egemonia della classe al potere, l’ha resa invincibile e potrebbe mettere in scacco il sistema economico basato sul dollaro (che, com’è ormai risaputo, è carta straccia). L’impero cinese rimane un enigma. Ciò che è certo è che detiene un terzo del debito pubblico degli Stati Uniti (che è una voragine senza fondo); in cambio di carta straccia sta comprando, uno dopo l’altro, i gioielli dell’industria europea; è ormai padrone, di fatto, di buona parte dell’Africa; ha forti legami con l’America Latina; ha invaso il mondo con i suoi emigranti e i suoi prodotti. La Russia è legata ad esso da accordi militari, economici ed energetici; oltre alle imponenti infrastrutture che stanno rendendo l’Asia continentale un immenso spazio comune, è stata creata una banca di sviluppo che l’affranca dai ricatti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, mentre le transazioni finanziarie in yuan sono garantite da un sistema alternativo al SWIFT.

Sulla Cina – e soprattutto sui suoi attuali rapporti con il Vaticano – bisognerà tornare. Qui ci preme capire semplicemente da che parte tiri il vento nei destini del mondo (e nei piani divini che li governano). Visto come stanno le cose, le continue provocazioni occidentali alla Russia non possono che apparire totalmente irrazionali. Vladimir Putin, parlando ai giornalisti, ha chiaramente messo in guardia gli idioti che ci dirigono dal compiere atti irreparabili, ma sembra proprio che da noi ci sia chi voglia a tutti i costi la guerra; tanto loro (idioti, ma non del tutto) hanno rifugi sotterranei dotati di ogni comfort dove si può egregiamente sopravvivere per anni. Del resto una nuova guerra globale (come già le prime due) servirebbe alle menti che manovrano gli idioti per instaurare il nuovo ordine mondiale. Se è vero che la globalizzazione ha favorito soprattutto la Cina, mentre artificiali crisi finanziarie hanno indebolito l’economia occidentale, questo procedere apparentemente contraddittorio fa pensare a un potere occulto che, stando al di sopra degli uni e degli altri, si stia servendo di tutti all’unico scopo di raggiungere i suoi scopi, per poi sbarazzarsi di tutti quando non servano più.

Per questo risulta sempre più necessaria la consacrazione della Russia: per poter contrastare efficacemente quanti si sono messi a servizio delle potenze infernali per chiudere la partita, in definitiva, con il Nazareno liquidando il mondo che da Lui è nato, deve scendere in campo una potenza soprannaturale, ma è pur necessario che ci sia chi si metta a sua disposizione come attivo strumento. Se a questo fine si pensa che sia necessaria una previa conversione del popolo russo alla fede cattolica, credo che, almeno per ora, ci si possa mettere una pietra sopra. Per toglierci ogni fantasia idealizzante e ogni pretesa di stampo integralistico, ci basta ascoltare le omelie del patriarca Kirill. In una di esse, egli sottolinea con forza il fatto di essere stato intronizzato proprio nel giorno in cui si celebra san Marco di Efeso, cioè l’unico metropolita ortodosso che si rifiutò di firmare i decreti di unione al Concilio di Firenze. La coincidenza è interpretata da Kirill come un esplicito richiamo ad adempiere la sua missione di difensore dell’Ortodossia; egli ricorda che l’unione con omelie del patriarca Kirill, immersa in un contesto estremamente degradato e corrotto, non può essere dettata da motivi politici. Ora, se è vero – come è vero – che gli orientali, specie in occasioni particolarmente solenni, non rievocano il passato se non per mandare precisi messaggi, non ci è difficile intuire che cosa valgano realmente, per i Pastori della santa Russia, le farse degli incontri ecumenici e delle dichiarazioni congiunte, tanto enfatizzate a casa nostra.

Il ritorno della Russia all’unità cattolica dell’unica Chiesa di Cristo rimane comunque un obiettivo, ma non saranno certo quattro modernisti finocchi a raggiungerlo con le loro ridicole manfrine. La Chiesa russa è governata da uomini, i quali avvieranno un dialogo serio con i cattolici solo quando avranno di fronte altri uomini come interlocutori – uomini di Dio, intendo. Per questo dobbiamo chiedere alla Madonna di suscitarli e di condurli ad avere dei ruoli di responsabilità nella Chiesa Cattolica; dall’altra parte c’è già chi (sicuramente dietro suggerimento del suo Patriarca) ha messo se stesso e il proprio Paese sotto la protezione della Madre di Dio, per cui dobbiamo semplicemente pregare che si lascino effettivamente guidare da Lei. Quando Suo Figlio vorrà – e nel modo in cui vorrà – ritroveremo anche la piena comunione; per ora supplichiamoli di servirsi degli strumenti da Loro scelti per affrancarci dal potere nefasto della banda di depravati che sta rovinando anche i nostri bambini per farne dei sudditi incoscienti delle loro voglie perverse.

Non è il momento delle grandi manifestazioni pubbliche, che vengono comunque ignorate, ma espongono i sacerdoti promotori a provvedimenti disciplinari che possono facilmente trasformarsi in esclusione irreversibile. Il Signore non ci chiede di correre al massacro per farci mettere fuori gioco in modo irrimediabile; è Lui che salverà la Chiesa, non noi. Questo è il momento della preghiera, della penitenza e della riparazione. Bisogna sì alzare la voce perché in alto capiscano che non tutti sono con loro e che non potranno mai imbavagliare chiunque dissenta; ma non è questo che affretta l’intervento di Cristo, bensì i sacrifici nascosti di quanti si immolano silenziosamente per pura fede, speranza e carità, rimanendo aggrappati alla verità e ai mezzi della grazia per non essere risucchiati nel vortice e aiutare altri a venirne fuori.
 

giovedì 20 aprile 2017

chiesa - peccato




Oggi noi cattolici celebriamo un rito comunitario in cui la dimensione trascendente è ignorata ad esclusivo vantaggio di un’immanenza di matrice modernista, di un sentimentalismo irrazionale. In questa comunità si intende imbandire una cena che seduca i cuori e inebri le menti di chi ha comunque già smarrito la Fede. Ma per estendere l’invito al banchetto anche ai lontani, occorre eliminare da esso tutto ciò che può creare divisione. Una cena in cui ci si limita a procurare diletto agli altri, a vederli godere.

Ma Cristo è elemento di scandalo ed è dunque necessario non parlare di Lui. Tacere il Suo insegnamento, i Suoi comandamenti, la Sua legge. Finendo insomma per identificare il bene e il male, in nome di un’unità e di una fraternità che pare basata sull’omissis eretto a sistema teologico, in cui l’Incarnazione e la Passione di Cristo non hanno importanza, non essendovi differenza tra vizio e virtù, tra dannazione e salvezza.

Conclusione:
Oggi ci si rifiuta di compiere alcuna scelta tra bene e male, e si ritiene pragmaticamente queste categorie come apparenze, astratte entità fenomeniche.

l’Eucaristia ci salverà

Il card. Caffarra: «Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucaristia, esse potranno risorgere


L’attuale arcivescovo emerito di Bologna — nonché profondo e acuto teologo — nella festa di sant’Agostino 2016 lanciò un accorato appello ai cristiani fedeli affinché non si scoraggino nel deserto spirituale e nella confusione che contraddistinguono l’attuale frangente della vita della società e della Chiesa pubblicata dalla benemerita rivista  Cultura e Identitàn.13 del 30-9-16.

Card. Carlo Caffarra
 Eccellenza venerata e carissima; Signor Sindaco di questa città splendida per storia, arte, e scienza; Gentili Autorità Civili e Militari, la cui presenza onora la celebrazione: considero grande dono fattomi dal Signore celebrare questa Santa Eucaristia presso le spoglie mortali di Agostino, Padre della Chiesa e dell’Occidente. Devo questo dono alla benevolenza del Vs. Ecc.mo Vescovo, giovane in età ma non in sapienza. Grazie, fratello carissimo. 
1. Cari fratelli e sorelle, le tre letture appena proclamate nel loro insieme ci hanno presentato la realtà della Chiesa nella sua condizione storica.
La Chiesa, come ci viene detto nella prima lettura, è l’unità umana ricostruita dall’obbedienza al-l’insegnamento degli Apostoli e dalla “frazione del pane”, cioè dalla celebrazione eucaristica. L’espressione inequivocabile dell’unità riedificata dalla fede e dal Sacramento, è la scomparsa delle categorie “mio-tuo”: «tenevano ogni cosa in comune».
Se dalla prima lettura passiamo alla pagina evangelica, la presentazione della Chiesa diventa drammatica. Accanto all’amabile ed attraente figura del Buon Pastore, si muovono lupi rapaci. Essi si sono introdotti nel gregge del Signore “per rapire e disperdere”; e di fronte ai lupi vi sono pastori-mercenari che fuggono, impauriti dal pericolo.
Ma la seconda lettura è ancora più drammatica. Essa preannuncia per la Chiesa «un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina […] rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [2Tm, 4, 3-4]. Cari amici, il contrasto non poteva essere più violento: una Chiesa costruita sull’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli — una Chiesa percorsa dal «prurito di udire qualcosa» [ibid., 4, 3] di diverso, dando ascolto ad affabulatori, «secondo le proprie voglie» [ibidem].
A questo punto non dobbiamo commettere l’errore di intendere la Parola di Dio in senso cronologico, come se ognuna delle tre letture narrasse periodi storici diversi della Chiesa: ad una Chiesa santa ed immacolata degli inizi succede a lungo tempo una Chiesa corrotta e mondana. No, non è questo che la Parola di Dio vuole dirci. Che cosa allora? E cominciamo allora ad andare alla scuola del vostro Santo Compatrono, il quale, in un testo bellissimo, risponde alla nostra domanda.
Agostino commenta il testo biblico che narra la misteriosa lotta tra Giacobbe e l’Angelo. Da essa il padre del popolo ebraico esce benedetto da Dio, ma azzoppato per tutta la vita. Scrive dunque Agostino: «la parte lesa di Giacobbe rappresenta i cattivi cristiani, perché nello stesso Giacobbe ci sia e la benedizione e lo zoppicare […]. Ora la Chiesa zoppica. Poggia solidamente su un solo piede, l’altro è invalido»

[1]. La Chiesa della quale parla la prima lettura è la stessa Chiesa della quale parla Paolo nella seconda lettura. La Chiesa vera e la Chiesa — chiamiamola così — del quotidiano è la stessa realtà; è la stessa Chiesa quella che, come Giacobbe, poggia saldamente su un piede e sull’altro zoppica. Un grande scrittore inglese ha detto: «Per i grandi santi e per i grandi peccatori c’è la Chiesa Cattolica; per la gente dabbene basta la Chiesa Anglicana»[2].
«Ecco perché — scrive Agostino — la Chiesa di Cristo ha fedeli saldi nella fede, ma ha pure fedeli tentennanti, e non può non essere senza quelli stabili nella fede, né senza quelli instabili»[3].

2. Come dobbiamo vivere dentro alla nostra casa che è la Chiesa, nella quale, come ci ha appena detto Agostino, ci sono cristiani forti nella fede e cristiani deboli?
La Parola di Dio ascoltata risponde a questa domanda, rivolgendosi distintamente a noi pastori e a voi fedeli.
2.1 A noi pastori. «Carissimo […] annunzia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna ed inopportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina […] compi la tua opera di annunciatore del Vangelo». Quali parole tremende sono rivolte a noi pastori! «Voi» — dice Agostino, rivolto a voi fedeli «ascoltate[le] con attenzione, noi [le] ascolteremo con tremore […]. Quanto a voi ascoltate come pecore di Dio e osservate come Dio vi abbia posto al sicuro. Qualunque sia il comportamento di chi vi sta a capo, cioè di noi, voi state sempre al sicuro per la sicurezza che vi ha donato il Pastore d’Israele. Dio non abbandona le sue pecore»[4].
Le nostre città, la nostra nazione, la nostra Europa stanno attraversando una crisi mortale. La cifra della loro agonia è il freddo inverno demografico che stiamo attraversando. La parola che Dio rivolge a noi pastori ci costringe ad alcune domande: stiamo compiendo l’opera di annunciare il Vangelo o ci accontentiamo di esortare le persone a buoni sentimenti morali, quali per esempio tolleranza, apertura, accoglienza? Non dobbiamo essere sordi al vero bisogno, alla struggente necessità che abita nel cuore di uomini e donne che vivono con ansia i giorni cupi e tristi che stiamo attraversando. Non dobbiamo, noi pastori, essere sordi all’angoscia che abita nel cuore di padri e madri, che pensano con paura al futuro dei loro bambini. È necessario che i pastori della Chiesa testimonino, dicano che dentro ogni istante, dentro ogni evento abita una Presenza, un Ospite che guida tutto ciò che accade al bene di coloro che Dio ama.
 Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucarestia, esse potranno risorgere. Le pie esortazioni morali lasciamole ad altri.
Quando il 24 agosto 410 Alarico I re dei Visigoti [370 ca.-410] saccheggiò Roma, nello sconcerto generale — era dal tempo di Brenno [?-dopo 390 a.C.] che non accadeva — Girolamo [347-419/420)] scrisse: «[...] è occupata la città che aveva occupato il mondo intero»[5]. Ed aggiunge con un’immensa angoscia: «in una sola città tutto il mondo è perito». Girolamo non vedeva più futuro.
Ben diversa fu la reazione di Agostino. Egli non soffre meno per le notizie che gli arrivano da Roma: […] su tutte abbiamo gemuto, spesso abbiamo pianto, siamo appena riusciti a consolarci»[6]. Ma egli portò a compimento La Città di Dio, vera pietra miliare della nostra civiltà. Il santo vescovo insegnò ai suoi fedeli il modo giusto di porsi dentro la storia; e dentro alle rovine dell’Impero gettò i semi di una nuova civiltà.
Ciò che desiderava, ciò che Agostino voleva, era trasmettere vera speranza, e proprio in un momento in cui tutto l’Impero ed in esso la sua Africa stavano crollando. Sul suo letto di morte egli seppe che i Vandali erano entrati in città.
Trasmettere la speranza fondata sulla fede la quale, rinunciando al progetto di una vita ritirata fatta di preghiera e studio, lo fece capace di partecipare veramente all’edificazione della Chiesa e della città. La speranza che Agostino seppe trasmette era incrollabile, perché era certo che Dio era venuto a vivere la nostra tribolata vicenda umana, e dal di dentro l’aveva salvata. È questo Dio che ci dà il diritto di sperare, non un qualsiasi Dio, ma solo il Dio che ha un volto umano perché si è fatto uomo.
Il Signore dunque faccia tacere sulle nostre labbra di pastori parole vuote, e metta sulla nostra bocca parole vere.
2.2  La Parola di Dio si rivolge anche a voi fedeli. E vi dice: «Non siate tra coloro che non sopportano più la sana dottrina, ma per il prurito di sentire qualcosa di nuovo, non circondatevi di maestri che vi dicono ciò che voi avete piacere sentirvi dire, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgervi alle favole». Ma è Gesù che nel Santo Vangelo vi dice parole di consolazione. Egli vi dice: «Io sono la porta delle pecore […] se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo» [Gv 10, 9].
Ecco come le spiega Agostino. «Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l’azione; e poiché, come dice l’Apostolo, è per mezzo della fede che Cristo abita nel nostro cuore, entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini»[7]. Ecco, cari fedeli, che cosa vi dice il Buon Pastore: pensate alla luce della fede; traducete la fede in atti.
Concludo. In uno scritto contro i Manichei, Agostino ci rivela le ragioni per cui resta nella Chiesa. Eccole.
«Mi mantiene fermo [nella Chiesa] il consenso dei popoli e delle genti; mi mantiene fermo quell’autorità avviata dai miracoli, nutrita dalla speranza, aumentata dalla carità, confermata dall’antichità; mi mantiene fermo la successione dei Vescovi sulla stessa sede di Pietro […] fino al presente Sommo Pontefice; mi mantiene fermo infine lo stesso nome di Cattolica»[8].
Cari fedeli, ascoltate il vostro Compatrono. In questi momenti di grave incertezza mantenetevi fermi nella Chiesa. Abbiamo ragioni vere e belle per farlo. È in essa che incontriamo il nostro Salvatore.




[1] Sant’Agostino, Discorso 5, 8, trad. it., in Opera Omnia di Sant’Agostino, a cura della Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), Città Nuova, Roma, vol. XXIX, Discorsi 1-50. Sul Vecchio Testamento, 1979, pp. 94-95. La sottolineatura è mia.
[2] Cfr. «The Catholic Church is for saints and sinners alone. For respectable people, the Anglican Church will do» (Oscar Wilde, cit. in Richard Ellman (1918-1987), Oscar Wilde, Penguin, Londra 1988, p. 548).
[3] Sant’Agostino, Discorso 76, 3.4, in Opera Omnia di Sant’Agostino, cit., vol. XXX/1, Discorsi 51-85. Sul nuovo Testamento, 1982, p. 519.
[4] Idem, Discorso 46,1.2, ibid., vol. XXIX, cit., pp. 796.797.
[5] San Girolamo, Lettera a Principia, CXXVII,12; CSEL, t. LVI, p.154, 16].
[6] Sant’Agostino, Discorso sulla caduta di Roma, 6; PL 40, pp. 715-724.
[7] Idem, Commento al Vangelo di Giovanni 45,15, in Opera Omnia di Sant’Agostino, cit., vol. XXIV, Discorsi 341-400. Su argomenti vari, 1989, p. 913.
[8] Idem, Contro la Lettera di Mani detta del Fondamento 4.5, ibid., vol. XIII/2, Contro I Manichei II, p. 307.