mercoledì 24 agosto 2016

mons. Francesco Sirufo

 
 
Sabato 20 agosto 2016, alle ore 18.00, in Piazza Maria Santissima di Anglona (accanto alla Cattedrale) a Tursi, la Celebrazione di Ordinazione episcopale di S. E. Mons. Francesco Sirufo.
 
Presbitero della Diocesi di Tursi-Lagonegro, è stato eletto il 20 maggio 2016 Arcivescovo di Acerenza. Al giorno dell’elezione era parroco di Viggianello, prefetto degli Studi dell’Istituto Teologico del Seminario Maggiore di Basilicata, docente di Diritto canonico, vicario giudiziale e vicario episcopale per la Formazione permanente del Clero e dei Sacerdoti di primo ministero e Amministratore diocesano di Tursi-Lagonegro, incarico che ha terminato con l’insediamento di Mons. Vincenzo Orofino avvenuto il 25 giugno scorso.
 
Il ministero del Vescovo si qualifica come segno vivente, in mezzo alla Comunità, del Cristo supremo pastore del popolo di Dio e dell’azione ininterrotta dello Spirito Santo. Per la sacramentalità dell’ordinazione il Vescovo entra a far parte costitutiva del Collegio Episcopale, cioè del corpo dei pastori, ai quali è conferito il compito di essere autentici maestri di fede, pontefici e pastori, e come tali presiedono al gregge del Signore ‘in persona’ di Cristo Capo. La missione episcopale si esprime compiutamente nel servizio alla comunione fra tutti i membri del popolo di Dio nell’unità della Chiesa universale, nell’annunzio missionario del Vangelo ai lontani e nella presenza operosa fra i poveri.
 
Secondo veneranda tradizione, per indicare che l’eletto viene associato al Collegio Apostolico, al Vescovo ordinante principale, S.E. Mons. Vincenzo Orofino, Vescovo di Tursi-Lagonegro, sono associati altri due Vescovi, S.E. Mons. Salvatore Ligorio, Arcivescovo Metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, e S.E. Mons. Francesco Nolè, Arcivescovo Metropolita di Cosenza-Bisignano e già Vescovo di Tursi-Lagonegro, gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi della Basilicata e una rappresentanza di altre regioni.
 
La celebrazione secondo l’ordinamento previsto dalla Liturgia Romana. Le orazioni e le letture sono state scelte fra i testi della «Messa rituale: Per gli Ordini sacri». Dopo la proclamazione del brano evangelico si invocha il dono dello «Spirito Santo che regge e guida», perché scenda sul Vescovo eletto.
 
Quindi, a nome della Chiesa e con il consenso del Santo Padre, capo del Collegio Apostolico, l’Amministratore diocesano di Acerenza, don Filippo Nicolò, presenta l’eletto perché riceva l’Ordinazione Episcopale. Il Vescovo eletto, prima di ricevere l’Ordinazione, manifesta il proposito di custodire la fede ed esercitare il ministero episcopale in comunione con tutta la Chiesa.
Si chiede l’intercessione dei Santi, perché ogni celebrazione liturgica manifesta la comunione con la Chiesa celeste. Quindi l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ordinante principale e degli altri Vescovi presenti e la preghiera di Ordinazione perché sul Vescovo eletto venga effuso lo Spirito del sommo sacerdozio e questo presbitero venga associato al Collegio Apostolico.
 
Seguono i Riti esplicativi che manifestano il servizio a cui è chiamato il Vescovo: pascere, insieme a tutti i vescovi, con mansuetudine, fedeltà e pienezza di cuore il gregge di Dio sparso su tutta la terra: l’unzione con il sacro Crisma, la consegna del libro dei Vangeli, dell’anello, della mitra e del pastorale, l’insediamento e l’abbraccio di pace. Terminata l’Orazione dopo la Comunione, il Vescovo ordinato, accompagnato dai due Vescovi ordinanti, attraversa l’assemblea liturgica e imparte a tutti la benedizione.
 
S. E. Mons. Francesco Sirufo inizierà il suo ministero episcopale nell’Arcidiocesi e nella Città di Acerenza con l’ingresso e la celebrazione liturgica sabato 3 settembre 2016 alle ore 16.00.
 
 
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martedì 23 agosto 2016

cristiani putrefatti

auto-distruzione della chiesa

distruzione di una chiesa in Francia
«Provate, staccate il crocifisso, fate scendere dal suo piedistallo la statua della Vergine Immacolata, chiudete il tabernacolo e dalle vostre scuole fate uscire Gesù Cristo. Uscirà, questo divino proscritto; ma non uscirà da solo. Dietro di Lui se ne andranno il pudore, il rispetto, la pietà filiale e l'amor di patria. E sapete cosa resterà? Prima di tutto rimarrà l'impudicizia e, con l'impudicizia, un'immoralità il cui flusso impuro crescerà sempre di più perché non ci sarà più una diga. In effetti, l'esperienza quotidiana è che la barbarie sta arrivando. Non siamo che all'inizio, ma aspettate ancora dieci anni, dieci anni di scuola senza Dio, ossia senza legge e senza fede, e allora potrete chinarvi e guardare qualcosa che è in piena decomposizione: sarà la Francia di quei tempi»

Mons. Louis Baunard, 1828-1905
 
Il Signore, d'altronde, ci aveva già avvisato: «Senza di me non potete far nulla» (Vangelo san Giovanni, cap. 15, v.8).

http://unafides33.blogspot.it/2016/08/qualcosa-che-e-in-piena-decomposizione.html

lunedì 22 agosto 2016

La sposa chiacchierata

La chiesa adultera

 
 
L'indagine sulla Chiesa viene alterata e si inquina quando, invece della verità per se stessa (che è sempre un bene assoluto e un valore trascendentale), si cercano guadagni «categoriali», quali il consenso, l'approvazione, la concordanza da parte del mondo extraecclesiale.
 

Non è che si debba mirare alla polemica e al dissenso. Tutt'altro: la carità deve sempre ispirare ogni atto del credente, e quindi anche la sua attività intellettuale. Ma non bisogna mai dimenticare che il grado minimo dell'amore è appunto l'omaggio incondizionato alla verità: dell'amore verso Dio, che è autotrasparenza e purissima luce; e dell'amore verso i fratelli i quali, anche quando non se ne avvedono, hanno prima di ogni altra cosa fame e sete della conoscenza salvifica.

In altre parole, è necessario che la nostra meditazione non sia viziata da alcuna sollecitudine di natura, per così dire, «politica»; cioè funzionale al conseguimento di qualche risultato estrinsecamente vantaggioso.
II giusto atteggiamento è quello del bambino, che non ha timore a proporre i suoi «perché» e a sollecitare che gli si risponda, senza darsi pensiero delle convenienze sociali e di ciò che è praticamente «opportuno» (o, come adesso si usa dire, «politicamente corretto»).
 

Particolarmente quando si tratta della Chiesa, vale quanto è stato giustamente detto circa la nostra possibilità di accedere alla comprensione del disegno del Padre: «Dobbiamo entrare nella scuola di Dio da piccoli e inermi fanciulli, se vogliamo essere introdotti dalla sua mano e mediante la sua luce nella profondità dei suoi misteri» (Cardinale Biffi, La sposa chiacchierata)

domenica 21 agosto 2016

catacombe pugliesi e neomartiri

I 300 cristiani perseguitati dagli islamici in Puglia

Notizia di oggi [qui]. La riproposizione in scala ridotta ma non meno drammatica delle situazioni dei luoghi di origine, in un contesto già degradato e povero di risorse. Alla faccia di chi sostiene che sono "risorse" i "nuovi arrivi"il chi numero non accenna a decrescere, anzi... E tutto questo nel nostro Paese, allo sbando totale!
 

Fedeli cristiani segregati in Italia, costretti a celebrare messe clandestine, Crocifissi nascosti per evitare che vengano distrutti, bruciati da fanatici islamici. Tutto questo nel Gargano, a 40 km dalla tomba di San Padre Pio in Puglia. La storia, incredibile, la racconta Cristiano Gatti sull'Espresso e Repubblica ne anticipa una parte. Si tratta di 300 immigrati africani, lavoratori stagionali dei campi di pomodoro, che vivono in una vera e propria bidonville sotto costante minaccia di musulmani che vengono da fuori: "Abbiamo paura, sì. Da due anni la domenica preghiamo tra di noi senza farci vedere".
Di fatto il ghetto di Rignano Garganico è la riproposizione su piccola scala dei drammi della Nigeria e di altri Paesi africani dove i cristiani vengono perseguitati, picchiati, uccisi. "La bidonville aumenta di 10 nuovi arrivati ogni 24 ore. Ha già superato il record di 2mila abitanti e, con la raccolta dei pomodori, si avvia verso i 3mila. Troppa manodopera. Il risultato è che trovano lavoro per non più di 3 o 4 giorni al mese". I racconti dei cristiani sono atroci. Un nigeriano custodisce una croce, due legnetti di fortuna legati insieme alla bell'e meglio: "L'abbiamo fatta con i resti della baracca della fedele che ogni domenica ospitava la messa. La baracca l'hanno bruciata una notte di due anni fa. Poi qualcuno ci ha fatto capire che, se non volevamo altri incendi, non dovevamo pregare davanti ai musulmani. Anzi non dovevamo proprio farci vedere. Noi cristiani siamo una minoranza. Trecento contro duemila, troppo pochi. Così per paura abbiamo dovuto rinunciare alla messa. Solo a Pasqua abbiamo chiesto che venisse un prete. Almeno a Pasqua. Per il resto, preghiamo di nascosto. Loro hanno 3 moschee qui. Ma nessuna baracca può essere usata come chiesa". "I braccianti musulmani sono solidali con noi", spiega, rivelando che i persecutori sono "spie dei caporali", africani anche loro, che per ora non hanno dichiarato la loro vicinanza a Boko Haram o Isis. Ma l'intolleranza sta aumentando anche nel ghetto, con l'arrivo di nuovi immigrati: "Oggi ci dicono che non vogliono vedere croci o immagini di Gesù. Papa Francesco dovrebbe venire qui e scoprire con quanta fatica viviamo".

sabato 20 agosto 2016

incantesimo diabolico

L’esecuzione dell’Occidente

Se cerchiamo riparo da ciò che ci attende, torniamo alla Messa di sempre, implorando da Dio la grazia che numerosi sacerdoti possano celebrarla ovunque. Non di quelli che chiamano in chiesa i musulmani a maledirci e ad oltraggiare Nostro Signore durante il santo Sacrificio; quelli hanno già perso la testa.


don Elia.
 
La società occidentale assomiglia a un prigioniero che, spensieratamente, si stia scavando la fossa con le proprie stesse mani, mentre un miliziano gli tiene puntato contro il mitra con il quale sta per trucidarlo. L’insensata spensieratezza che impazza nel Primo Mondo ci impedisce di vedere la triste realtà. Anche a Berlino, ai primi di maggio del ’45, molti si abbandonarono ad orge sfrenate, ma per “esorcizzare” la disperazione di vedere l’inesorabile rovina e l’incombente morte o prigionia. Noi continuiamo invece a illuderci di essere perfettamente liberi e di non esserlo mai stati tanto prima d’ora. L’incantesimo diabolico che stordisce gli stolidi sudditi della demo(no)crazia sta toccando il culmine, così che le trame occulte del potere progrediscono costantemente, senza incontrare una resistenza adeguata, mediante progetti di legge talmente aberranti da risultare disgustosi a chiunque sia sano di mente. I pochi che vi si oppongono si scontrano con il muro di gomma dell’indifferenza o del cinismo, guardati con sospetto come se i matti fossero loro.

L’Impero Romano crollò a causa non della crisi economica, come pretende la storiografia marxista, ma della crisi spirituale provocata dalla corruzione morale. L’edonismo materialista epicureo, che fin dal I secolo a.C. era dilagato nell’alta società, aveva avuto ricadute deleterie sulla moralità pubblica e privata. Non a caso Karl Marx si laureò in filosofia con una tesi su Epicuro; nella sua smania frustrata di autoaffermazione, il giovane marrano (ebreo “convertitosi” per convenienza) passò presto da Lutero al culto di Satana, come testimoniano i poemetti a lui dedicati, e maturò – si fa per dire – un odio acerrimo contro il cristianesimo. Tutta la sua sgangherata teoria economico-politico-sociale non è altro che un mezzo per distruggere la fede nei cuori degli uomini e asservirli di nuovo al demonio: lotta di classe, rivoluzione e dittatura del proletariato… tutti miseri pretesti per irretire le coscienze ed espellerne Cristo. Devastante potere di certe idee e promesse!

Sul versante opposto, i nemici di Dio infiltratisi nella Chiesa Cattolica hanno tolto il baluardo soprannaturale che proteggeva i popoli e il mondo da completa rovina: la santa Messa, ritoccata e codificata da san Pio V, ma non certo da lui inventata, bensì ricevuta da epoca antichissima. Il nuovo rito, totale rifacimento elaborato in modo del tutto artificiale e imposto con metodi brutali, è un culto reso non più a Dio, ma all’uomo; non è più il Sacrificio della dottrina cattolica, ma la riunione fraterna dell’eresia protestante. Nel celebrarlo, un sacerdote che, per grazia divina, abbia conservato la retta fede deve fare uno sforzo continuo per ricordarsi che sta parlando con Dio e rendendo presente l’atto della Redenzione universale, la cui continua rinnovazione incruenta espia, preservandola così dalla distruzione, l’interminabile sequenza di peccati con cui l’umanità, due millenni dopo il dono della salvezza, continua ad offendere il Creatore.

Quanti sacerdoti e fedeli pensano a questo, durante la Messa? La maggioranza non possiede più nemmeno la nozione di sacrificio espiatorio e propiziatorio. Che in chiesa, poi, si vada ad adorare qualcuno, è un’ipotesi stravagante; sussiste unicamente – ma solo al catechismo – l’idea che ci si venga a ringraziare il buon Dio: ma per che cosa? Per la vita, la famiglia, i talenti, le vacanze… tutto è disperatamente appiattito sul piano naturale. I pastoralisti, forti della loro infallibile scienza, scatteranno subito osservando che, nella cultura attuale, è semplicemente impensabile proporre qualcosa di più, dato che nessuno lo capirebbe. Certo: hanno creato di proposito questa situazione, demolendo la fede e spegnendo ogni sentimento religioso, per poi concludere che essa ci obbliga a continuare così, onde bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento…

L’Occidente, lasciato in balìa di Satana, delle sue opere e delle sue seduzioni, attende il colpo di grazia, ma non lo sa; per questo è così spensierato. Qualche isolata Cassandra, qua e là, prova a dare un caritatevole avvertimento, ma nessuno può sentirla; chi, talvolta, riesce a superare il muro di omertoso silenzio è immediatamente respinto come un guastafeste e un uccello di malaugurio (per dirla in termini decenti, che non s’usano più). Nel sistema mediatico, saldamente controllato dall'imperialismo tecnocratico dalle molte facce, non sono ammesse voci fuori dal coro, ma solo imbonitori di speranze illusorie e fallaci. Quanta gente, del resto, legge unicamente le pagine dello sport e dello spettacolo? La mente imbottita di futilità, la pancia piena di cibi nocivi, il sangue inquinato di alcool e droga… una maniera dolce di suicidarsi per prevenire l’esecuzione. Sempre meglio di un colpo alla nuca – cerca di convincersi l’inconscio collettivo manipolato a menadito. Perché, in fondo in fondo, tutti sanno di essere minacciati, ma cercano di non pensarci.

La vera minaccia, ovviamente, non è quella degli attentati pianificati dai servizi segreti; quelli servono solo a scatenare reazioni emotive di massa che assecondino svolte politiche e giustifichino progressive restrizioni della libertà. La minaccia reale – oltre al dilagare del cancro, della violenza privata e delle malattie sessualmente trasmissibili – consiste nel progetto di drastica riduzione della popolazione mondiale che politicanti e banchieri consacrati al diavolo intendono realizzare tra breve con ogni mezzo, dalla guerra totale ai cataclismi naturali provocati dall’uomo, per non parlare della sterilizzazione di massa indotta dall’ideologia del gender. Sono decenni, poi, che in un assordante silenzio prosegue lo sterminio di Stato in ospedali pubblici e cliniche private: solo in Italia sono quasi sei milioni, altro che olocausto! Già questo crimine orrendo, da solo, merita inimmaginabili castighi… quelli che Dio sta per mandare servendosi dei Suoi stessi nemici, dopo aver esaurito i Suoi continui, quanto inascoltati, ammonimenti e richiami.

La misericordia esige pentimento sincero e decisa correzione della propria condotta, rinnegamento dell’errore ed emendazione delle colpe, riparazione del male commesso e fermo proposito di non più peccare. Perché il Figlio di Dio, altrimenti, sarebbe morto sulla croce, dopo aver affidato agli Apostoli il mandato di rinnovarne il Sacrificio redentore in ogni luogo e in ogni tempo? Solo grazie ad esso, ora, i peccatori possono convertirsi e cooperare, come è giusto e necessario, alla propria stessa salvezza, unendo le loro penitenze a quella Passione che è sorgente di tutte le grazie. Guai a chi finge di ignorare tutto questo e propina ai fedeli una parodia della misericordia! Sarebbe meglio per lui non essere nato. Guai a chi ha distorto il significato e inficiato il valore della santa Messa! Non può certo stare in Paradiso. Se cerchiamo riparo da ciò che ci attende, torniamo alla Messa di sempre, implorando da Dio la grazia che numerosi sacerdoti possano celebrarla ovunque. Non di quelli che chiamano in chiesa i musulmani a maledirci e ad oltraggiare Nostro Signore durante il santo Sacrificio; quelli hanno già perso la testa.
 
 

domenica 14 agosto 2016

noi ipnotizzati

Terrorismo, Meluzzi: "I media utilizzano la psichiatria per minimizzare e depistare" 

 

 

"Ipnotizzati dal politicamente corretto, siamo incapaci di chiamare le cose col loro nome. Questo ci rende fragili e impreparati a questa guerra. Ogni giorno arrivano migliaia di islamici. Rischiamo di soccombere"
I terroristi islamici erano terroristici islamici anche per i grandi media, un tempo. Poi il politicamente corretto li ha derubricati a terroristi generici, omettendo la matrice religiosa e ideologica. Quindi un altro salto carpiato: non son più nemmeno terroristi ma persone disturbate, instabili, depresse, magari perché divorziate, bullizzate, residenti in periferia, con un lavoro precario o abbandonate dalla fidanzata. Qualsiasi giustificazione pur bizzarra è ben accetta, a patto di scansare la parola Islam.

Alessandro Meluzzi, psichiatra, cosa sta succedendo ai media?
Il meccanismo mediatico tende a utilizzare le categorie della psichiatria per minimizzare, per depistare rispetto alla realtà delle cose. C’è un utilizzo assolutamente improprio della psichiatria. E lo dice uno che fa lo psichiatra da 35 anni.

Eppure quella psichiatrica pare diventata l’unica chiave di lettura.
Non si può pensare di buttare in depressione, in psicosi, in disturbo della personalità un confronto tragico come quello che abbiamo di fronte, che ha certamente degli aspetti di follia ma in senso simbolico e metaforico. Certamente è difficile che ci possa essere un reclutamento al terrorismo se coloro che vengono reclutati al terrorismo non avessero delle falle nella struttura di personalità. Ma questo è valso nelle rivoluzioni e nelle guerre di tutte le epoche.

Se l’analisi dei media è così fuorviante, non c’è il rischio di sottovalutare il fenomeno?
Siamo di fronte a una vera guerra rispetto alla quale bisogna essere attrezzati. Non esito a usare la parola guerra. È un confronto di civiltà, l’attacco più insidioso alla civiltà europea dopo la seconda guerra mondiale, rispetto al quale siamo fondamentalmente impreparati. Ipnotizzati dal politicamente corretto, incapaci di chiamare lo cose col loro nome.

Questo aggrava la situazione?
Questo ci rende particolarmente vulnerabili, impreparati e fragili. Anche perché è in corso una migrazione di tipo apocalittico e biblico: arrivano ogni giorno alcune migliaia di islamici. E arrivano in una condizione di fondamentale disadattamento psicosociale, condizione base per un reclutamento di massa dall’immediato futuro.

Quali prospettive abbiamo?
Quella di ricordare un importante filosofo della politica che si chiamava Lenin: diceva che “i fatti hanno la testa dura”. Li si può rigirare come si vuole, ma avendo la testa dura si ripresentano in tutta la loro crudezza. Una situazione che l’Occidente ha contribuito a creare, attraverso la destabilizzazione delle cosiddette primavere arabe: ha creato un bubbone che ora sta trasmigrando da noi. O la nostra cultura, la nostra civiltà imparerà a sviluppare degli anticorpi e a difendersi, o soccomberà di fronte a una struttura rigida e assolutamente inaggredibile dalle chiacchiere qual è l’Islam fondamentalista. Che alla fine produrrà un effetto di destabilizzazione incontenibile su tutta la linea. Si tratta di follia, ma non psichiatrica. Sarà follia ideologica, sociologica, antropologica. Ma buttare tutto questo in clinica psichiatrica è un’offesa alla storia e un’offesa alla psichiatria.

C’è un limite al politicamente corretto?
Deus quos perdere vult, dementat primum: Dio fa diventare pazzi coloro che vuole distruggere. È quello che ci sta capitando. E questo sì, è psichiatrico.
[Fonte]

venerdì 12 agosto 2016

monache di clausura trascurate

Un progetto che ci precede 

 



È stata recentemente pubblicata la costituzione apostolica Vultum Dei quaerere sulla vita contemplativa femminile, recante la data del 29 giugno 2016. Nella sua presentazione, avvenuta il 22 luglio scorso, è stata evidenziata la distanza temporale che la separa dalla precedente costituzione apostolica in materia, la Sponsa Christi di Pio XII, promulgata nel 1950 (66 anni fa!). Il Segretario della Congregazione per gli IVC e le SVA, il francescano Mons. José Rodríguez Carballo, nel presentare il documento, ha rilevato che le monache di clausura negli ultimi decenni erano state trascurate a livello legislativo, tanto da essere ancora sottoposte alle norme emanate da Pio XII, e che quindi la nuova costituzione apostolica veniva a colmare una “lacuna di cui si iniziavano a sentire sensibilmente le conseguenze”. Ciò che i mezzi di informazione hanno rilanciato a proposito di questo nuovo documento pontificio praticamente si riduce all’invito a non “reclutare candidate alla vita contemplativa da altri Paesi, al solo scopo di mantenere la sopravvivenza del monastero” (art. 3, § 6) e alla raccomandazione di fare un uso prudente dei mezzi di comunicazione (n. 34).

Se devo essere sincero, non avevo intenzione di leggere la nuova costituzione apostolica, dal momento che non mi riguarda direttamente; ma poi, non resistendo alla curiosità, me la sono letta non una, ma due volte. Sí, perché dopo averla letta una prima volta ed essere rimasto perplesso su alcuni passaggi, mi è venuta la voglia di conoscere quale fosse la normativa precedente; per cui mi sono andato a leggere la costituzione apostolica Sponsa Christi di Pio XII (21 novembre 1950), l’istruzione Venite seorsum del 15 agosto 1969 (sul sito della Santa Sede c’è solo il testo latino; per la traduzione italiana bisogna ricorrere all’Enchiridion Vaticanum) e l’istruzione Verbi Sponsa del 13 maggio 1999. Terminata la lettura di questi documenti, ho sentito il bisogno di tornare sulla Vultum Dei quaerere, per poter fare un confronto.

Il semplice elenco dei summenzionati testi dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che non è del tutto vero quanto affermato da Mons. Carballo nella conferenza di presentazione: non corrisponde a verità che le povere monache continuavano a osservare le norme del 1950, quasi che dopo il Concilio Vaticano II non ci fossero stati altri interventi legislativi. Già nel 1969 l’istruzione Venite seorsum (neppure citata nella nuova costituzione, tamquam non esset…) si proponeva di applicare le disposizioni del Concilio (e del motu proprio Ecclesiae Sanctae) alla clausura delle monache; nel 1999 poi (e quindi successivamente alla pubblicazione del nuovo Codice di diritto canonico e della esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata) era stata emanata una nuova istruzione, la Verbi Sponsa, che aveva adeguato le norme riguardanti la clausura al nuovo contesto. Per cui non c’è mai stato un vuoto legislativo: le monache avevano a disposizione il Codice di diritto canonico, le loro costituzioni e l’istruzione Verbi sponsa per sapere come comportarsi. Anzi, mi chiedo se proprio ci fosse bisogno di questo ulteriore intervento. Ma è una domanda destinata a rimanere senza risposta, dal momento che non conosco quale fosse la reale situazione dei monasteri di clausura. Le osservazioni che seguono, pertanto, si fondano esclusivamente sulla lettura dei testi, sul loro confronto e sulla mia personale esperienza di vita religiosa (ma non su una diretta conoscenza della vita claustrale che, ovviamente, mi manca).

La prima impressione che ho avuto nel leggere questi documenti è stata quella di trovarmi di fronte, nel caso dei primi tre (Sponsa Christi; Venite seorsum; Verbi Sponsa), a dei testi, diversi fra loro, ma tutti “robusti” dal punto di vista dottrinale e chiari e precisi sul piano normativo; nel caso della nuova costituzione invece, ho avuto l’impressione di avere a che fare con una specie di “pia esortazione”, che si mostra poi incerta e confusa in fase legislativa. Ciò che mi ha maggiormente colpito nel leggere la costituzione apostolica di Pio XII è stato il suo interessantissimo excursus storico; leggendo l’istruzione Venite seorsum (che per me rimane il testo migliore), sono rimasto impressionato dalla fondazione biblico-teologica della vita claustrale (basta scorrere le note per rendersi conto della ricchezza di riferimenti); l’istruzione Verbi Sponsa — la quale, dopo aver riaffermato “i fondamenti dottrinali della clausura proposti dall’Istruzione Venite seorsum”, si proponeva solo di aggiornare le norme della clausura papale (n. 2) — mi ha dato l’impressione di essere ancora pienamente attuale e non bisognosa di ulteriori revisioni.

Bisogna riconoscere che la nuova costituzione apostolica contiene numerosi elementi assenti nei documenti precedenti; e quindi potrebbe dare l’impressione di una maggiore completezza. Ma, se si analizza attentamente la natura di tali novità, ci si accorgerà che si tratta di elementi comuni a ogni forma di vita consacrata: essi erano già presenti nei numerosi documenti post-conciliari rivolti ai consacrati, fra i quali sono da annoverare anche le monache di clausura. L’obiettivo dei precedenti documenti era quello di considerare esclusivamente gli elementi specifici della vita contemplativa (la clausura, l’autonomia dei monasteri con la possibilità di federarsi fra loro, il lavoro e lo specifico apostolato). Gli elementi presi in esame da Vultum Dei quaerere sono dodici: formazione, preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, vita fraterna in comunità, autonomia, federazioni, clausura, lavoro, silenzio, mezzi di comunicazione e ascesi. Va riconosciuto che era forse opportuno trattare alcune di queste tematiche, anche se poi il modo in cui lo si è fatto potrebbe non risultare sempre del tutto soddisfacente (come, p. es., a proposito dei mezzi di comunicazione).

Nella presentazione della vita claustrale (che però, come accennato, si confonde spesso con la semplice vita consacrata) si rilevano alcune sottolineature tipiche dell’attuale teologia della vita religiosa: ho notato un’insistenza (che personalmente trovo eccessiva, se messa in rapporto con altre prospettive che sono state o trascurate o del tutto ignorate) sulla sua dimensione profetica (nn. 2; 3; 4; 5; 6; 16; 23; 35; 36; art. 13); mentre ho percepito una specie di riluttanza a riconoscere l’oggettiva superiorità della vita claustrale (n. 4: «Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative … non propongono una realizzazione piú perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa»). Ho riscontrato una certa compiacenza a ripetere affermazioni oggi di moda:  «La vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane» (n. 4), il che è vero solo per quanto riguarda i rapporti con l’Ortodossia; i monasteri considerati come “scuole di preghiera” (nn. 17; 21; 36) o la raccomandazione a condividere il frutto della meditazione sulla parola di Dio (n. 19; art. 5, § 2), cose difficilmente realizzabili, e in ogni caso discutibili, se si tiene conto della clausura. Non potevano mancare i ricorrenti slogan di Papa Francesco: le “periferie” (n. 6); l’“autoreferenzialità” (n. 29); la “mondanità” (n. 35); la “cultura dello scarto” (n. 36). Chiedo: è davvero necessario che, in qualsiasi contesto, debbano sempre venir fuori le medesime tematiche? Era proprio cosí importante raccomandare alle monache di clausura: «Abbiate cura di preservarvi “dalla malattia dell’autoreferenzialità”»? A parte il fatto che non so che cosa capiranno (io, personalmente, faccio fatica); ma, in fin dei conti, è un peccato tanto grave?

Nel documento si insiste molto — e giustamente — sulla formazione. Ma anche qui lo si fa concedendo molto alle tendenze del momento: si parla di “formazione permanente”, dentro la quale dovrebbe inserirsi la stessa formazione iniziale (art. 3, § 1); di “formazione delle formatrici” (art. 3, § 3); di partecipazione a “corsi di formazione” fuori del monastero (art. 3, § 4); di case comuni di formazione (art. 3, § 7). Cose che si fanno in tutti gli istituti, ma di cui si fa tuttora fatica a scorgere la reale utilità. 

Non saprei esprimere un giudizio sugli aspetti giuridici dell’autonomia e delle federazioni. Per chi, come me, appartiene a un Ordine religioso centralizzato non è facile capire quali siano i meccanismi giuridici che regolano la vita dei monasteri. Certo, meraviglia che ciò che finora era solo una possibilità sia ora diventato un obbligo. L’istruzione Verbi Sponsa affermava chiaramente: «La scelta di aderirvi o meno [alle federazioni] dipende dalla singola comunità, la cui libertà dev’essere rispettata» (n. 27); adesso viene disposto: «Inizialmente tutti i monasteri dovranno far parte di una federazione» (art. 9, § 1). Non so quale sia stato il motivo che ha portato a questo cambiamento; suppongo si tratti della situazione di molti monasteri che non riescono piú, per la scarsità delle monache e per la loro età avanzata, a essere completamente autonomi. Ma certo si tratta di una evoluzione che fa riflettere.

Nutro qualche perplessità a proposito della clausura. A parte il fatto che nel documento si parla di quattro forme (n. 31: «La clausura è stata codificata in quattro diverse forme e modalità [cf VC 59; can. 667]: oltre a quella comune a tutti gli Istituti religiosi, ve ne sono tre caratteristiche delle comunità di vita contemplativa, dette papale, costituzionale e monastica»), mentre, nella conferenza di presentazione, Mons. Carballo parla di tre («vengono ridefiniti i tre tipi di clausura già contemplati in certo modo da Vita consacrata 59, cioè clausura papale, costituzionale e monastica»), personalmente ritengo che non sia corretto parlare, a proposito delle monache di clausura, né di quattro né di tre forme di clausura: per loro esistono esclusivamente la “clausura papale” e la “clausura costituzionale”; il loro unico punto di riferimento è il § 3 del can. 667, dove appunto si parla di questi due tipi di clausura. E in quel paragrafo viene enunciato anche il criterio per l’adozione dell’uno o dell’altro tipo: 
«I monasteri femminili ordinati interamente alla vita contemplativa, devono osservare la clausura papale, ossia regolata dalle norme stabilite dalla Sede Apostolica. Gli altri monasteri femminili osservino la clausura rispondente alla propria indole e definita nelle costituzioni».
Mi sembra che il testo sia sufficientemente chiaro: i monasteri interamente dediti alla vita contemplativa devono (si noti, “devono”) osservare la clausura papale; gli altri (ossia quelli che, accanto alla vita contemplativa, legittimamente esercitano qualche attività apostolica) osserveranno la clausura costituzionale (cioè definita nelle loro costituzioni). Mi lascia pertanto assai perplesso la disposizione di Vultum Dei quaerere: 
«Ogni monastero, dopo un serio discernimento e rispettando la propria tradizione e quanto esigono le Costituzioni, chieda alla Santa Sede quale forma di clausura vuole abbracciare, qualora si richieda una forma diversa da quella vigente» (art. 10, § 1). 
Che significa “quale forma di clausura vuole abbracciare”? Il criterio non è la “volontà” soggettiva del monastero (ciò che in questo momento piace alle monache), ma la sua fisionomia oggettiva (se cioè il monastero è esclusivamente dedito alla contemplazione o se invece si dedica anche a qualche forma di apostolato). È ovvio che c’è sempre la possibilità di cambiare; ma si può cambiare solo perché cambia la fisionomia del monastero, non perché cambiano i gusti delle monache.

Questo mi sembra che sia il punto piú debole del documento, che d’altronde riflette una mentalità oggi piuttosto diffusa nella vita religiosa (e se ne possono constatare le conseguenze...): siamo noi che dobbiamo “inventare” la nostra vita religiosa, dimenticando che essa è innanzi tutto un dono che riceviamo e al quale dobbiamo semplicemente adeguarci. Tale mentalità si manifesta in un altro elemento ricorrente nella costituzione apostolica: l’adozione, anche per i monasteri di clausura, del “progetto comunitario” (art. 3, § 1; art. 6, § 1; art. 7, § 2; art. 13). A quanto mi risulta, finora i documenti della Santa Sede sulla vita religiosa non ne avevano mai parlato (ho trovato un fugace accenno solo ne La vita fraterna in comunità, n. 32); ma negli istituti religiosi è una pratica che ha avuto una larga diffusione negli ultimi decenni (penso che l’origine sia l’America Latina). Il progetto comunitario è stato presentato come uno strumento di rivitalizzazione delle comunità, praticamente come una panacea a tutti i mali della vita religiosa. Nella mia Congregazione fu adottato dal Capitolo generale del 1988 e poi si è trascinato fino a nostri giorni diventando una pratica burocratica come tante altre (il Superiore che all’inizio di ogni anno manda al Provinciale il progetto comunitario, riducendosi a fare uso del “copia e incolla”). Ma ciò che è sbagliato è la mentalità che c’è dietro: l’idea che ogni anno la comunità debba “reinventare” la propria vita religiosa, come se il vangelo, il diritto canonico e le costituzioni non bastassero. Ora si vuole che anche i monasteri di clausura si adeguino a una pratica di cui, sinceramente, finora non s’è visto alcun frutto nelle altre comunità religiose. Quand’è che riusciremo a liberarci dalle categorie della progettualità, della creatività, della fantasia, dell’invenzione (non sono forse altrettante forme di “autoreferenzialità”?), che hanno arrecato non pochi danni alla vita religiosa, e impareremo ad accogliere e a conformarci a un progetto che ci precede, un progetto che non è nostro, ma ci è stato dato da Dio, dalla Chiesa, dai nostri fondatori?
Q

giovedì 11 agosto 2016

satana travestito da santo



Dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 675)

"Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità".


martedì 9 agosto 2016

Il carisma è pericoloso.

Il carisma è un dono misterioso e pericoloso.

Scritto da  
 
 


Il carisma è un talento raro e ammirato – un “dono”, come lo definisce Paolo l’apostolo. Ma può essere pericoloso in democrazia.



(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon, che ringraziamo)
Il carisma è più facile da riconoscere che da definire. Giornali e riviste parlano continuamente di leader carismatici – come John F Kennedy, Martin Luther King, Barack Obama – ma raramente dicono esattamente cos’è il carisma. Si dibatte spesso sulla questione se il carisma sia necessario per un leader ‘trasformazionale’, mentre scaffali di libri di auto-aiuto promettono ottimisticamente di impartire i “segreti” di carisma. Altri sostengono che il carisma non può essere ‘sbloccato’ o ‘scoperto’ per tutti, perché è una caratteristica innata, presente solo in rarissimi individui. Per l’ennesima volta, dunque, che cos’è il carisma?

Le origini del carisma si trovano nelle lettere di san Paolo Apostolo, redatte nel 50 d.C. circa. Si tratta della prima occorrenza scritta della parola ‘carisma’, che deriva dal greco ‘charis’ (grazia). Per s. Paolo, il carisma significa ‘il dono della grazia di Dio’ o ‘dono spirituale’. Nelle sue lettere, indirizzate alle prime comunità cristiane sparse nell’impero romano, Paolo parla del ‘carisma’ o dei doni spirituali a disposizione di ciascun membro della comunità. Egli ha individuato nove tipi di carisma, tra cui la profezia, la guarigione, il parlare in lingue straniere, l’interpretazione, l’insegnamento, e il servizio – una serie di doni sia soprannaturali che pragmatici.

Per s. Paolo, il carisma è una nozione mistica: i doni erano disponibili a chiunque per grazia divina, senza la necessità di un’autorità ecclesiastica o laica. E non c’è il carisma della leadership: i vari carismi devono servire la comunità senza implicare necessariamente la presenza di un leader. Con il quarto secolo, tuttavia, la Chiesa ha in gran parte soppresso la nozione di un carisma che deriva direttamente dallo Spirito Santo. Al suo posto viene posta una più comoda gerarchia ecclesiastica, con i vescovi in cima, che interpretano le leggi religiose scritte nella Bibbia. Il carisma sopravvive solo in avamposti eretici, come ad esempio i profeti, che affermano di possedere un’ispirazione diretta, senza le mediazioni di un vescovo o delle scritture. Tali eresie sono state represse dalla Chiesa con la forza.

Da allora l’idea di carisma è rimasta dormiente per secoli e rinasce solo negli scritti del sociologo tedesco del 20° secolo Max Weber. È a Weber, infatti, che si deve il significato contemporaneo di ‘carisma’; l’autore ha secolarizzato l’idea di Paolo e ha posto il carisma all’interno di una sociologia basata su autorità e leadership. Per Weber ci sono tre tipi di autorità: il razionale-legale, il tradizionale e il carismatico. Weber vede nella forma di autorità carismatica una forza rivoluzionaria, che, sebbene instabile, rappresenta l’antidoto alla ‘gabbia di ferro’ della razionalizzazione del ‘disincantato’ mondo contemporaneo. Egli ritiene che ci sia qualcosa di eroico nel leader carismatico, che galvanizza i seguaci con grandi imprese o con il ‘carisma della retorica’ dei suoi discorsi ispiratori.

Weber definisce il carisma come ‘una qualità di un individuo in virtù della quale è considerato straordinario e trattato come dotato di poteri o qualità soprannaturali, sovrumane o per lo meno eccezionali’. Ha delineato la leadership carismatica nella storia, individuando grandi leader militari o religiosi – ha anche ipotizzato che la leadership carismatica avrebbe continuato a emergere anche nelle burocrazie altamente regolamentate del mondo moderno.

Weber è morto nel 1920, e non visse abbastanza per vedere l’applicazione della sua idea di politica e cultura contemporanea. Forse è un bene, dal momento che i primi leader politici a essere descritti come carismatici erano Mussolini e Hitler. Per molti intellettuali europei, questo ha generato la sensazione che l’autorità carismatica abbia una dimensione inquietante. Il lato oscuro della leadership carismatica sopravvisse a lungo: il leader cult degli anni sessanta Charles Manson, con la sua influenza quasi magica sui propri seguaci, viene prontamente definito carismatico. Le opere di Weber vengono tradotte e ‘carisma’ diventa un termine popolare nel mondo di lingua inglese da circa il 1950.

I primi politici che i media identificano come carismatici in modo positivo, piuttosto che demagogico, erano JFK e suo fratello Robert Kennedy. Dopo il 1960, l’uso di ‘carisma’ diventa più comune e viene applicato a individui eccezionali che non sono necessariamente leader politici: l’ultimo Muhammad Ali, per esempio, è considerato forse il più carismatico di tutti i leader.

Oggi, il carisma è usato per descrivere una lunga lista di individui: politici, celebrità, imprenditori. Intendiamo per carisma una qualità speciale, innata, che definisce alcuni individui come poli di attrazione per gli altri. È considerata una qualità rara e preziosa: nella politica americana, per esempio, Bill Clinton è stato considerato carismatico, così come Obama – ma nessun altro nella politica recente si guadagna questo riconoscimento. Nel mondo degli affari, Steve Jobs è il leader carismatico archetipico: visionario, ispirato, ma anche volatile e instabile. Quanto alle celebrità, il carisma è considerato come un segno di rara autenticità, considerato che gran parte del mondo dello spettacolo è devoto alla produzione di fama artificiale, alla maniera di Idols o The Voice. Ma il carisma non può essere creato dai reality show.

Il carisma è auspicabile nei politici contemporanei? Il biografo politico David Barnett ha definito il carisma ‘uno dei concetti più pericolosi che si possa trovare in democrazia’. I leader carismatici possono ispirare i seguaci con una retorica brillante – che può anche rivelarsi dannosa per un partito (o una nazione). I partiti politici hanno generalmente dei leader popolari, non minacciosi, che piacciono alle persone comuni. In Australia, Paul Keating era un primo ministro carismatico e visionario, ma anche un leader scismatico, che si alienò gran parte del ‘cuore’ del partito laburista tradizionale con la sua percepibile arroganza. Il suo successore, John Howard, è universalmente considerato privo di carisma, ma la sua stessa ordinarietà si rivela essere il suo pregio più grande: è più rassicurante rispetto a chi applica uno stile di leadership minaccioso. Nel frattempo, in Italia, Silvio Berlusconi era un leader populista la cui permanenza in carica come primo ministro si è rivelato deleterio per la democrazia. Il leader carismatico potrebbe essere emozionante, anche accattivante, ma il suo successo potrebbe non essere salutare per un partito politico o una democrazia.

Il ‘carisma’, come idea, si estende lungo 2000 anni. C’è un legame tra il carisma contemporaneo – considerato come una forma speciale di autorità – e il carisma religioso del tempo di Paolo? Sì, e si trova nella nozione di innatezza, di dono. S. Paolo dice che a nessun vescovo o Chiesa è richiesta la benedizione del carisma, ma che questa semplicemente illumina l’individuo, come un dono spirituale. Il carisma oggi è considerato un fattore enigmatico, sconosciuto, un X factor in qualche modo irriducibile. Nessuno sa il motivo per cui alcuni rari individui sono benedetti dal carisma: rimane, come sempre, un dono misterioso.
di John Potts

http://www.indiscreto.org/carisma-un-dono-misterioso-pericoloso/

lunedì 8 agosto 2016

il corredo della Madonna


con le mie 3 perpetue «Peace&Love»

SE PER EVITARE L’INTEGRALISMO ISLAMISTA VANNO APERTE LE MOSCHEE, ALLORA VANNO RIAPERTE ANCHE LE CASE DI TOLLERANZA PER EVITARE LA PROSTITUZIONE CLANDESTINA

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[…] questa volta la battaglia di Lepanto la perderemmo immediatamente sin dalle prime battute, perché purtroppo manca in noi la fede e, con la fede, l’ausilio della Beata Vergine Maria, invocata attraverso il Santo Rosario dalla Lega Santa come Suprema Regina delle Milizie Cattoliche; invocata dai rematori nelle stive delle navi che remavano scandendo «Ave Maria … Ave Maria ». Non ricordate forse che al contrario, nella nostra moderna Europa, dopo i primi sanguinosi attentati dei jiadisti a Parigi, fuori dal Bataclan, teatro della strage, un pianista circondato dalla folla, ha suonato e cantato Imagine di John Lennon, le cui parole sono un inno nichilista all’ateismo? In quei giorni io mi permisi di ricordare l’ovvio scrivendo che quel pianista, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, aveva suonato la marcia funebre dell’Europa. Altro che i rematori nelle stive delle navi che durante la battaglia di Lepanto remavano scandendo ritmicamente «Ave Maria … Ave Maria …»!  
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Ariel vescovo di Laodicea
Autore                                                                                                                                                           S.E. Mons. Ariel S. Levi di Gualdo                                                                                                             Vescovo di Laodicea Combusta
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«Anche tu sarai una voce non comoda all’interno della Chiesa. Per questo ti invito a invocare sempre la grazia di Dio affinché questa scomodità possa essere sempre tutta opera di Dio per il bene della Chiesa stessa, mai però opera tua»
da un colloquio col Padre Oreste Benzi [cf. QUI]
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battaglia di Lepanto
Il Santo Pontefice Pio V [1566-1572] affidò alla Beata Vergine Maria le armate della Lega Santa sulle quali pendevano i destini dell’Occidente e della Cristianità minacciati da secoli dai musulmani giunti sino a Vienna. I musulmani furono sconfitti nel 1571 nella grande battaglia navale di Lepanto. Dopo la vittoria il Sommo Pontefice istituì la festa del Santo Rosario, assieme al titolo di Auxilium Christianorum [aiuto dei cristiani] rivolto alla Madre di Dio (Dipinto di Paolo Veronese)
Come Vescovo di Laodicea Combusta, Diocesi eretta come suffraganea del Patriarcato di Antiochia, in un Paese, la Turchia, oggi ad assoluta maggioranza musulmana, penso di potermi esprimere con una certa autorità in materia. Peraltro sono rientrato da poco in Anatolia dopo un soggiorno di due settimane nella Capitale dell’Arabia Saudita, dove ho assistito alle numerose manifestazioni che si sono tenute nei dintorni della Mecca, dove migliaia di devoti fedeli dell’Islam hanno protestato contro gli ultimi attentanti compiuti dagli islamisti in Europa.
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Presso la nostra cattedrale cattolica di Riad, intitolata a Cristo Profeta Magno Sacerdote e Re dell’Universo, costruita dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York con il generoso contributo di Sua Maestà il Re d’Arabia Saudita عبد الله بن عبد العزيز السعود [Abd Allāh bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd] e di Sua Altezza Reale l’Emiro del Qatar لشيخ حمد بن خليفة آلثاني [Hamad bin Khalifa Al Thani] ho celebrato anche una Santa Messa di suffragio per il presbitero Jacques Hamel, sgozzato come un agnello sacrificale da un gruppo di jihadisti all’interno di una chiesa francese.
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Posso testimoniare che tra i sauditi musulmani è molto apprezzato e condiviso il pensiero del Santo Padre Francesco che il 4 giugno, ricevendo in Vaticano la seconda delle tre mogli dell’Emiro del Qatar, ha affermato:
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«Cristianesimo e Islamismo hanno la stessa radice e credono nello stesso Dio».
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Certo, cambiano leggermente le forme puramente esteriori, quelle che in linguaggio filosofico potremmo definire come elementi accidentali puramente contingenti, solo qualche esempio: nel mondo cattolico abbiamo lo stretto obbligo del celibato sacerdotale e religioso, la castità estesa anche ai laici sposati in certe condizioni e situazioni e la monogamia che di rigore è per tutti. Dall’altra, invece, nel mondo islamico abbiamo la poligamia degli emiri che mandano una delle loro seconde mogli in udienza dal Romano Pontefice. Ma come dicevo poc’anzi si tratta solo di sottigliezze, oserei dire puramente “semantiche”, un po’ come la nostra sfumatura del “filioque” con i Cristiani Ortodossi … solo sfumature che nulla tolgono alla vera sostanza costituita dalla «stessa radice», come ha detto il Santo Padre alla seconda delle tre mogli dell’Emiro del Qatar. Ed il tutto benché a me, alle imminenti soglie del mio 53° genetliaco, con le mie tre perpetue in età compresa tra i 19 ed i 24 anni ― perché giunte alla soglia dei 25 già le licenzio ―, dubito che il Santo Padre concederebbe mai la grazia di ricevere Jasmine, la seconda delle mie tre perpetue, la colombiana di Cartagena de Indias, anche se io prete credo nello stesso identico Dio in cui crede l’Emiro del Qatar, il quale però ha tre mogli ufficiali ed un harem ben più nutrito ancora di donne, nessuna delle quali, tra l’altro, ha mai fatto le scuole primarie e secondarie dalle Figlie di Maria Ausiliatrice come invece ha fatto la mia perpetua Jasmine.
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E questa grande «radice» che unisce Cristianesimo e Islamismo, prende sicuramente largo respiro dall’anelito profondo attraverso il quale ― come sapientemente ci ha ricordato il Sommo Pontefice parlando con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Polonia [cf. QUI, QUI] ― «Gli islamici cercano la pace e l’incontro».
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Molto sommessamente oso correggere una umana svista del Sommo Pontefice, perché solo di una umana svista si tratta, ovvero l’essersi dimenticato di dire che in verità, «Gli islamici», «la pace e l’incontro», la cercano in tutti i modi e soprattutto a tutti i costi. E ripeto: Voglia la Santità di Nostro Signore l’Augusto Pontefice felicemente regnante perdonare l’ardire di questo mio povero parlare profondamente filiale e devotamente amorevole.
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Il tutto, dalle «radici» agli «aneliti», ritengo di poterlo confermare e testimoniare, essendo stato accolto in Arabia Saudita con una devozione tanto profonda quanto commovente, recandomi come Vescovo ospite d’onore a Riad per battezzare 72 belle bambine cristiane, data l’assenza al momento di una struttura diocesana e di relative missioni cattoliche. E dinanzi a queste creature che promettono di crescere molto bene in salute e soprattutto in bellezza, gli uomini musulmani in particolare, presi da grande gioia, non facevano che ripetermi: «Sappia Vostra Eccellenza che queste bambine sono già creature del Paradiso, ad esso destinate sin d’ora per una mansione ben precisa legata alla spirituale edificazione degli uomini beati …» [cf. QUI].
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Per me, Vescovo di una piccola diocesi dell’Anatolia, non è stato facile rispondere al Sovrano Saudita che ― e devo dire, pure con una certa insistenza ― mi ha espresso il desiderio che a Riad sia istituita quanto prima una sede arcivescovile metropolitana e che il suo Vescovo possa essere promosso, eventualmente, anche alla dignità cardinalizia, per il  buon nome ma soprattutto per il prestigio storico di questo antico Paese Arabo che all’interno del suo territorio ospita la Città della Mecca.
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A Sua Maestà Saudita, cui sta molto a cuore l’antico prestigio del proprio Paese, ho risposto che mi farò portavoce della sua richiesta presso il Romano Pontefice, anche se dubito possa accoglierla, infatti, sebbene abbia fatto cardinale il Vescovo dell’Isola di Tonga, dove i cattolici non arrivano manco a 10.000 anime, dubito faccia altrettanto in Arabia Saudita, pure dinanzi alla richiesta del suo Sovrano. L’Arabia Saudita è infatti un Paese ricchissimo, ed il Santo Padre preferisce promuovere arcivescovi e cardinali i presbiteri ed i vescovi appartenenti a quella nuova categoria teologica che sono le periferie esistenziali, scegliendoli tra coloro che nel giro degli ultimi tre anni di storia ecclesiale si sono procurati la patente da “preti di strada, di frontiera, di periferia …”. Anche se sino a poco prima erano arcipreti della monumentale chiesa madre di Modica [cf. QUI], Città d’arte nella quale si trovano chiese di straordinaria bellezza, inclusa quella dedicata a San Giorgio, un tempio a cinque navate a confronto del quale, la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, è poco più di una cappella [cf. QUI]. E Modica è una nobile e splendida città che già a livello architettonico-urbanistico manifesta ricchezza opulenta e nelle cui … periferie esistenziali, non si trovano affatto le villas de las miserias — come forse è stato fatto credere al Santo Padre da qualcuno dei diversi delinquenti che lo circondano — bensì vi si trovano le concessionarie della Maserati, della Porsche e della Ferrari [vedere angolo di periferia esistenziale di Modica, QUI]. È infatti proprio da questi ambienti o da queste periferie esistenziali, che nascono i libri degli allievi di Giuseppe Dossetti che poi magnificano una Chiesa povera per i poveri, quantunque l’opera più appropriata che dovrebbero scrivere forse sarebbe una rivisitazione clericale della Fattoria degli animali di George Orwell [cf. QUI]. Un po’ come certi personaggi della Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, le cui Signore vanno a distribuire i pasti ai poveri a Santa Maria in Trastevere con indosso i vestiti di Armani e di Dolce&Gabbana, con i gioielli di Bulgari e di Cartier.
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Detto questo ho proseguito spiegando al Sovrano Saudita che il Santo Padre è anche piuttosto restìo a che si faccia proselitismo tra le popolazioni dei Paesi di cultura non cattolica, come ha espresso nella sua memorabile omelia nella festa dell’Epifania:
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«Per la Chiesa essere missionaria non significa fare proselitismo, ma equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce. Questo è il suo servizio. Non c’è un’altra strada. La missione è la sua vocazione: far risplendere la luce di Cristo è il suo servizio» [cf. QUI].
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Si tratta di una nuova lettura del celebre monito del Verbo di Dio che ci comanda:
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«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» [cf. Mc 16, 15].
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Premesso però che forse, Nostro Signore Gesù Cristo, essendo Egli misericordia infinita [cf. Mt 12,7], non si è preoccupato più di tanto di sviluppare una teologia della misericordia, ecco che questo suo monito, dopo venti secoli di fede e di tradizione cristiana, oggi va letto in altro modo, come io stesso ho spiegato al Re d’Arabia Saudita per anticipargli che la sua istanza potrebbe anche non essere accolta dal Romano Pontefice, il quale sembra giudicare con un certo sospetto tutto ciò che potrebbe somigliare anche vagamente al proselitismo. Una volta spiegato questo, il Sovrano Saudita mi ha posto una domanda alla quale non sono stato però in grado di dare risposta:
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«Eccellenza Reverendissima, con questo suo discorso che cosa intende dirmi? Forse che al mondo, a fare proseliti, siamo rimasti solo noi musulmani?».
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Ho replicato al Sovrano Saudita:
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«Purtroppo io non sono in grado di dare una risposta, però posso suggerire a Vostra Maestà di porre ella stessa questo quesito al Sommo Pontefice, quando la prossima volta si recherà in Vaticano in visita di Stato».
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… come numerose volte ho spiegato in miei scritti e pubbliche conferenze, la situazione ecclesiale odierna è di una drammaticità senza precedenti storici. A più riprese ho indicata l’accidia come il peccato più praticato dai miei Venerati Fratelli Vescovi. Un’accidia aggravata da qualche cosa di devastante: la fuga dal reale. Quando infatti la realtà non si vede, o quando la si nega in maniera ostinata, a quel punto prendono corpo e vita le sfide degli ottimisti rivolte allo Spirito Santo di Dio attraverso i loro psuedo-teologismi, il tutto velato oltre la coltre di quella falsa speranza che li porta più o meno a dire: «Non bisogna disperarsi né cadere nel pessimismo, perché tanto la Chiesa è di Cristo, quindi ci penserà Lui». Indubbia verità di fede, perché quella di Cristo ― sebbene scartata dai costruttori di ieri e forse di più ancora da quelli di oggi ― rimane la «testata d’angolo» [cf. Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Ef 2,20; Rm 9,32], ma il nostro ruolo di Vescovi e di guide del Popolo di Dio ai quali la Santa Sposa di Cristo è stata affidata, quale è, nell’economia della salvezza e nel mistero della redenzione? Forse il nostro ruolo e la nostra missione è di vivere in uno stato di paralisi e di speranzosa impotenza? A questo punto mi sia concesso proporre la medaglia d’oro al valore dell’ecclesiastica incoscienza a tutti questi ottimisti surreali che per la prima volta, nell’intera storia della Chiesa, la grazia dello Spirito Santo di Dio non la invocano, ma la sfidano proprio. E, cosa peggiore, sfidano la divina grazia attraverso la loro accidia ed i loro peccati di omissione dai quali nasce la loro fuga dal reale, di conseguenza l’istigazione a fuggire dal reale rivolta a tutto quanto quel Popolo di Dio verso il quale ai giorni nostri, il Signore Gesù, proverebbe immensa «compassione», tanto i nostri fedeli gli apparirebbero oggi più che mai «come pecore che non hanno pastore» [cf. Mc 6, 30-44].
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È dunque lecito domandarsi: dinanzi ad un Nunzio Galantino, che ormai privo d’ogni senso del cattolico pudore se ne va magnificando le alte qualità teologiche di Dietrich Bonhoeffer ― considerato eretico persino dai teologi luterani ortodossi ― dedicando ad esso articoli commemorativi su quella specie di succursale del Grande Oriente d’Italia tale par essere Il Sole 24 Ore [cf. QUI]. Dinanzi ad un Corrado Lorefice, che poco dopo essere stato eletto Arcivescovo Metropolita di Palermo invita a parlare nella sua chiesa cattedrale il cattivo maestro e falso profeta Enzo Bianchi [cf. QUI], annunciatore e propagatore delle peggiori eresie. Dinanzi ad un Matteo Maria Zuppi, che poco dopo il suo insediamento presso la cattedra arcivescovile metropolitana di Bologna, negando e offendendo la sapiente e prudente pastorale portata avanti dai suoi due predecessori Giacomi Biffi e Carlo Caffarra, in questa città brulicante musulmani, invita baldanzoso a risolvere i problemi dell’islamismo costruendo delle moschee a Bologna e dintorni. Oppure, dinanzi ad un Carmelo Cuttitta, Vescovo di Ragusa, che non esita a mettere alla pubblica berlina un proprio presbitero “colpevole” di avere risposto a un quesito con una lapidaria battuta sui gay ― decisa ma non oltraggiosa ― e che per tutta risposta domanda in tempo record perdono con la cenere in testa, ricevendo in episcopio nelle ore successive gli orgogliosi maggiorenti dell’associazione sodomitica dell’Arcigay [cf. QUI, QUI, ecc..] … Ebbene, dinanzi a questo ed altro ancora, quali miracoli dovrebbe mai compiere lo Spirito Santo di Dio in quella Chiesa che a dire di certuni … «tanto appartiene a Cristo», se proprio negli uomini ai quali la Chiesa è affidata e che sono come tali preposti alla sua tutela e alla soluzione dei suoi problemi interni ed esterni, manca nei fatti la volontà di reagire e agire? Capisco che quando si invitano gli Enzo Bianchi a parlare nelle cattedrali, o quando un Vescovo che rimanda gli appuntamenti di settimane e settimane trova però tempo di ricevere dopo poche ore la Pia Confraternita dei Sodomiti della Sicilia Sud Orientale, più che alla frutta siamo ormai alla lavanda gastrica dopo un pranzo che ha causato una intossicazione alimentare, ma affermare, dinanzi alla clericale accidia ed all’impotenza del non agire … «tanto ci penserà Cristo», perché «la Chiesa è governata dallo Spirito Santo», vuol dire purtroppo non conoscere anzitutto i rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, o in ogni caso falsarli, perché se Dio fosse aduso intervenire e quindi inibire all’occorrenza la libertà dell’uomo ed il suo libero arbitrio, anzitutto avrebbe impedito ch’esso avesse sovvertito con un atto di superba ribellione il mistero della creazione attraverso il peccato originale, trasmettendo da allora a seguire una natura corrotta a tutta l’umanità. E queste cose, sinceramente, dovrebbero essere i Vescovi ad insegnarle, non dovrebbe certo rammentarle a costoro il Vescovo di una onirica diocesi archeologica, poiché terrorizzato dal fatto che dinanzi alla Casa di Dio in fiamme, molti membri del Collegio Episcopale affermano in tutta tranquillità: «Non siate pessimisti, animo! Tanto la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo di Dio, quindi ci penserà Lui!». E nel frattempo, in attesa che Dio ci pensi, noi, oltre ad invitare gli Enzo Bianchi nelle cattedrali, oltre a porgere le scuse ai sodomiti fieri e orgogliosi, oltre a invocare la costruzione delle moschee, non è che per caso dovremmo pensare anche ad annunciare il Vangelo per un verso, ed a correre con gli idranti per spegnere il fuoco che divampa sempre più dentro la Casa di Dio, per altro verso?
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Con tutto il rispetto che gli è dovuto per il suo alto ufficio apostolico, trovo inquietanti le teorie del mio Venerabile Fratello nell’episcopato ed Arcivescovo Metropolita di Bologna Matteo Maria Zuppi, che pensa di risolvere il problema dell’integralismo degli islamisti costruendo ad essi delle moschee [cf. QUI, QUI], all’interno delle quali potrebbero essere a suo dire controllati i soggetti a rischio. È un palese errore di valutazione molto pericoloso quello dell’episcopo felsineo, giacché offrir loro di simili strutture, al contrario vorrebbe solo dire mettere questi stessi soggetti a rischio nella condizione di fare proseliti attraverso la predicazione dell’odio verso l’Occidente e la Cristianità, il tutto in modo più comodo di quanto non facciano adesso in molti capannoni ed in numerosi sottoscala clandestini, dove forse è bene rimangano, fino a quando non mostreranno di riconoscere tutte le regole civili e liberali del nostro Paese e stipulando con lo Stato un concordato nel quale siano chiari i doveri dei musulmani verso la Repubblica Italiana e per converso della Repubblica Italiana verso i musulmani.
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Perché non avere invece la lealtà di dire e ammettere dialoganti vescovi interreligiosi in testa a tutti ―, che un accordo coi musulmani è reso da sempre impossibile per l’esistenza di decine di gruppi diversi e frammentati che non comunicano neppure gli uni con gli altri? Non dire questo, nei concreti fatti vuol dire mentire, perché sempre, l’alterazione o il rifiuto della realtà, porta inevitabilmente alla menzogna ideologica. Ovviamente, i miei Fratelli Vescovi del dialogo interreligioso a tutti i costi e costi quel che costi, questo non possono dirlo né ammetterlo, perché di conseguenza dovrebbero ammettere che sia loro, sia soprattutto la Santa Sede, non dialogano affatto con l’Islam, come talvolta vorrebbero farci credere attraverso notizie e comunicati-stampa, ma che hanno solo scambiato qualche parola con qualche gruppetto di islamici, semmai pure minoritario e talvolta pure inviso alla gran parte degli altri gruppi, facendo però apparire il tutto come dialogo a quei poveri fedeli cattolici forse considerati solo dei poveri beoti da buggerare col clericalese. Detta in altri termini: gli ecclesiastici, a partire dalla Santa Sede e dal Santo Padre, parlano soltanto, di tanto in tanto, con qualche isolato imam o con qualcuno dei numerosi gruppetti islamici, che equivale a dire: nei fatti concreti dialogano solo con sé stessi o con l’idea che essi stessi si sono fatti dell’Islam. E nel fare questo, io do del tutto per scontato ch’essi siano in buonafede, perché se invece fossero di ciò consapevoli e quindi di conseguenza in malafede, la cosa sarebbe di una gravità davvero inaudita, soprattutto verso il Popolo di Dio, abituato a ragionare attraverso criteri religiosi unitari molto solidi, legati anzitutto ad un solido concetto di autorità centrale della Chiesa Cattolica, mentre invece, nell’Islam, è proprio l’esatto contrario: non vige l’unità, ma la frammentarietà strutturata su criteri antropologici di tribù.
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La si smetta per ciò col dire che «il Grande Imam del Cairo ha incontrato e abbracciato il Santo Padre Francesco», o che «Il Grande Imam del Cairo ha condannato gli attentati terroristici». Perché non solo, il Grande Imam del Cairo, non è affatto il Sommo Pontefice dell’Islam, perché per quelle sue condanne è stato indicato come “infame” e “traditore” da molti altri gruppi musulmani, non affatto e non necessariamente jiadisti, taluni dei quali gli hanno lanciata pure una “condanna a morte”. Il Grande Imam del Cairo, che è un sunnita — senza bisogno di andare a cercare neppure alcuni degli altri numerosi gruppi religiosi islamici avversi — non gode affatto dell’appoggio e dell’universale favore da parte degli stessi musulmani sunniti, immaginiamoci quindi cosa pensino di lui molti altri gruppi islamici sparsi per il mondo.
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Premesso quindi che l’Islam non è una realtà omogenea ma un insieme antropologico di realtà e di tribù, di culture e di sentire religiosi a volte pure in aspro confitto tra di loro, la domanda mia dovrebbe meritare una risposta seria, precisa e soprattutto realistica: Beatissimo Padre, Eminentissimi ed Eccellentissimi Fratelli Vescovi e Cardinali, volete spiegare, ai devoti fedeli cattolici, di cui siete per divino mandato guide e pastori, con chi, in verità, state dialogando, ammesso dialoghiate veramente con qualcuno? Dialogate con il grande e grave problema islamico, oppure, fingendo invece di dialogare con esso, cercate soltanto di esorcizzare una paura che rischia di diventare presto una triste realtà? Vale a dire la seguente: questa volta, la battaglia di Lepanto, la perderemo immediatamente sin dalle prime battute, perché purtroppo manca in noi la fede e, con la fede, l’ausilio della Beata Vergine Maria, invocata nel 1571 attraverso il Santo Rosario dalla Lega Santa come Regina delle Milizie Cattoliche; invocata dai rematori nelle stive delle navi che remavano scandendo «Ave Maria … Ave Maria …».
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Non ricordate forse che al contrario, nella nostra moderna Europa, dopo i primi sanguinosi attentati a Parigi fuori dal Bataclan, teatro della strage jiadista, un pianista circondato dalla folla ha suonato e cantato Imagine di John Lennon, le cui parole sono uno sprezzante inno nichilista all’ateismo? [cf. QUI]. In quei giorni io mi permisi di ricordare l’ovvio scrivendo che quel pianista, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, aveva suonato la marcia funebre dell’Europa [cf. mio precedente articolo QUI]. Altro che i rematori nelle stive delle navi che durante la battaglia di Lepanto remavano scandendo ritmicamente «Ave Maria … Ave Maria …»!  Macché … come ho appena detto, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, al grido svirilizzato del «Peace&Love» che campeggia tra i piumini di struzzo dei gay pride, oggi la folla emotiva, senza più radici cristiane e senza più Dio, canta:

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Imagine

Immagina non ci sia il paradiso
è facile se ci provi
nessun inferno sotto di noi
sopra di noi solo il cielo
immagina tutti quanti
vivere per l’oggi
 Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
niente per cui uccidere o morire
e neanche religioni
immagina tutti quanti
vivere la vita in pace
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono l’unico
spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo sarà tutt’uno
 Immagina nessuna proprietà
mi chiedo se puoi
nessun bisogno di avidità o fame
una fratellanza di uomini
immagina tutti quanti
dividersi il mondo
E il mondo vivrà come unico
[testo originale QUI]
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Posta questa situazione basata sui dati puramente oggettivi e non certo sugli umori soggettivi catastrofici che non mi sfiorano nemmeno, per quanto riguarda l’invocata costruzione di moschee, penso sia lecito dire che applicando la stessa logica del mio Venerato Fratello Vescovo dell’Arcidiocesi Felsinea, si dovrebbe similmente invocare la riapertura delle case di tolleranza, visto e considerato che in tal modo sarebbero tolte centinaia di Signorine che al calar del sole affollano i viali che circondando la cinta muraria urbana bolognese. Con agevoli e confortevoli case di tolleranza a disposizione, un fitto esercito di corpivendole potrebbe svolgere il proprio antico mestiere in condizioni igieniche assai più vantaggiose, avrebbero riscaldamento in inverno, aria condizionata d’estate, adeguati controlli medici e via dicendo. E un simile principio non è applicabile solo alla prostituzione, lo è anche allo spaccio di sostanze stupefacenti. Se infatti hashish e marijuana fossero legalmente venduti presso le tabaccherie come monopolî di Stato, sarebbe tolto tutto il mercato delle cosiddette droghe leggere che – senza pena alcuna di possibile accusa di razzismo – stando ai fatti ma soprattutto agli atti giudiziari, è perlopiù in mano ai nordafricani dei Paesi del Magreb, che naturalmente nulla hanno a che fare con i musulmani; e se gran parte di essi sono tali, vanno considerati solo come dei “compagni che hanno sbagliato”, come dicevano i vecchi comunisti ad ogni attentato terroristico delle Brigate Rosse.
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Nessuno ricorda quegli amabili imam espulsi anni fa nel Nord del nostro Paese, i quali predicando una morale ed un’etica alquanto sui generis ― sotto certi aspetti vagamente simile a quella casuistica dei Gesuiti di oggi ― affermavano ai propri fedeli residenti in Italia e originari della Tunisia e del Marocco, di professione spacciatori di droga, che tale spaccio non era contro le leggi dell’Islam, se le droghe erano vendute solo agli “infedeli cristiani”? Il nome di questi imam, la data esatta del fatto e la loro espulsione dall’Italia non li ricordo, però, chi volesse verificare il tutto, può sempre rivolgersi alla Procura della Repubblica di Treviso che procedette all’arresto degli spacciatori ed alla espulsione dal nostro territorio nazionale dei due predicatori, perché nei fascicoli giudiziari d’archivio sono sicuramente sempre conservate anche le registrazioni di quei mirabili sermoni con relativa traduzione giurata dall’arabo all’italiano.
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Pure in questo caso, per evitare che sulla scia di umori e malumori qualcuno faccia di tutta l’erba un fascio, il Sommo Pontefice Francesco ci richiama doverosamente al reale umano e cristiano affermando, sempre parlando con i giornalisti nel suo recente viaggio di ritorno dalla Polonia:
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«Se io parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica […] ma non tutti i cristiani sono violenti così come non tutti gli islamici lo sono» [cf. QUI].
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Se fossi una persona che anziché seguire la nebulosa ambiguità casuistica gesuitica applicasse invece la logica aristotelica, a questa affermazione potrei rispondere ― ma ovviamente sbagliando, s’intende! ― attraverso due domande chiare e precise: c’è qualcuno, a partire dal Sommo Pontefice, in grado di portare con analogo esempio il caso di uno solo tra i circa 400.000 membri del clero secolare e regolare della Chiesa Cattolica sparsi per il mondo, che abbia affermato dal pulpito di una nostra chiesa che lo spaccio di sostanze stupefacenti non è contrario alla morale cattolica, se le droghe vengono vendute solo agli eretici luterani, pentecostali, avventisti e via dicendo? E c’è qualcuno in grado, a partire dal Sommo Pontefice ― sempre per quanto riguarda la «violenza cattolica» cui accennava il Santo Padre ad alta quota aerea laddove manca a volte ossigeno ― di elencare quando e dove, i cattolici, hanno sgozzato esseri umani, dirottato aerei civili, fatto esplodere bombe tra cittadini inermi? Oppure, quand’è accaduto che un solo cattolico sia entrato dentro una moschea a sgozzare un imam mentre predicava, urlando a squarciagola col coltello insanguinato: “Cristo è grande!”? A fronte di questa sua ennesima affermazione, o il Santo Padre dimostra qualche cosa del genere a supporto della sua ipotesi riguardo la «violenza cattolica», oppure, su modello di tutti i suoi prudenti, sapienti e Santi Predecessori, prenda l’abitudine di parlare solo dopo accurata riflessione e dopo altrettanta accurata preparazione di testi scritti che siano anzitutto misurati e ponderati, lasciando agli attori di Hollywood ed alle pop-star i colloqui a braccio coi giornalisti. Posto che, sia gli attori di Hollywood sia le pop-star, tendono a esprimersi, per la loro buona immagine e per quella delle loro società di produzione, con prudenza a volte persino maggiore di quella che nei fatti non dimostra invece di avere il Capo della Chiesa Cattolica.
Ebbene, questi vescovoni e cardinaloni, in fase avanzata di mondanizzazione e di incorreggibile piacioneria, che dialogano con tutto e con tutti meno che coi loro fedeli cattolici e che come il mio Venerato Fratello Arcivescovo Felsineo invocano la costruzione delle moschee — il tutto in un momento storico-sociale ad altissimo rischio nel quale le nostre chiese sono sempre più vuote, mentre nel nostro Paese il tasso di natalità è da 25 anni un punto e mezzo al di sotto dello zero — si rendono conto che stanno usando le identiche argomentazioni di fondo degli abortisti? Sì, esattamente le stesse: «legalizzare l’aborto vuol dire sconfiggere ed eliminare la piaga dell’aborto clandestino». Cambia l’oggetto ma la logica di base che anima l’argomentare di Matteo Maria Zuppi è la stessa: «per tenere sotto controllo ed eliminare l’integralismo islamista, bisogna evitare i ritrovi clandestini e costruirgli delle moschee alla luce del sole».
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A questo punto non ci resta che attendere che qualcuno dei miei Fratelli Vescovi testé menzionati tra queste righe apra la fase diocesana del processo di beatificazione di Marco Pannella, a ben considerare che non pochi vescovi, ed in specie quelli di ultima nomina, argomentano attraverso criteri logici che hanno caratterizzato le istanze del leader radicale nelle sue richieste sulla legalizzazione dell’aborto, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, delle droghe … facendo passare il male come bene allo scopo di evitare dei mali maggiori o di risolvere comunque dei gravi problemi sociali legati alle diverse pratiche o commerci clandestini. Ora, che in questo modo abbia argomentato un accolito di Lucifero come Marco Pannella, nulla da dire, ma che con altrettanta logica di fondo argomentino oggi svariati vescovi, in verità ho molto da dire; e visto che nessuno dice, a questo punto dico io, levando la mia voce episcopale dalle antiche rovine della mia onirica chiesa cattedrale ridotta a quattro sassi sparsi sul terreno turco della regione dell’Anatolia, posto che il mio dire può essere mosso: o da totale incoscienza, o da imperativi di coscienza che mi pervengono dalla grazia di Dio. Una cosa è certa, se a Bologna, su istanza dell’Arcivescovo e sulla base delle motivazioni da esso portate, fossero aperte delle moschee, per quanto mi riguarda, facendo uso delle stesse argomentazioni logiche, potrei farmi promotore per la richiesta di riapertura delle case di tolleranza, perché in fondo: meglio avere le prostitute sotto controllo alla luce del sole che sparse in giro in modo clandestino, con tutto ciò che di male questo comporta, inclusa mafia nazionale e internazionale, racket e soprattutto violenze su queste povere creature che, il Venerabile Presbitero Oreste Benzi chiamava «donne ridotte dalla crudeltà dell’uomo in stato di schiavitù per il proprio piacere».
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Venerato e amato Padre Oreste Benzi, nel mese di maggio del 2007, pochi mesi prima della tua morte, senza avermi mai visto né mai avendomi conosciuto prima di quel nostro unico incontro, mi dicesti: «Anche tu sarai una voce non comoda all’interno della Chiesa. Per questo ti invito a invocare sempre la grazia di Dio affinché questa scomodità possa essere sempre tutta opera di Dio per il bene della Chiesa stessa, mai però opera tua». Se un giorno ti raggiungerò nel Paradiso vero — non certo in quello materialista ed edonista dei musulmani premiati con 72 vergini [cf. QUI] e semmai pure con 72 suocere! — ciò sarà prova che ho messo in pratica il tuo santo consiglio lasciando operare la grazia di Dio. Se invece dovrò farmi un lungo purgatorio, con 72 vergini isteriche e soprattutto con 72 suocere più isteriche ancora di loro, ciò sarà prova del fatto che invece ho operato io; ed operando io ho inesorabilmente sbagliato, sino a meritarmi la severa purgazione in una parodia di Paradiso con 72 vergini frigide e 72 suocere incarognite.

 http://isoladipatmos.com/se-per-evitare-lintegralismo-islamista-vanno-aperte-le-moschee-allora-vanno-riaperte-le-case-di-tolleranza-per-evitare-la-prostituzione-clandestina/