sabato 21 gennaio 2017

preghiera per le vocazioni sacerdotali

E’ in atto la più grande crisi nella Chiesa Se non ci sono più preti non piange quasi più nessuno. È questa la triste constatazione che ci tocca fare.

 
 
Risultati immagini per crisi dei sacerdotiOgni anno in Italia oltre 40 sacerdoti chiedono la dispensa dal ministero per sposarsi o perché non si sentono più adatti a servire la Chiesa da pastori. E molti altri ottengono periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi.
 
Assistiamo alla più grande crisi sacerdotale della storia della Chiesa, intere terre in Europa sono ormai senza sacerdote e tutto tace. Non sentirete nemmeno un vescovo gridare all’allarme, piangere con i suoi fedeli, domandare a tutti una grande preghiera per le vocazioni sacerdotali; intimare un digiuno e una grande supplica perché il Signore abbia pietà del suo popolo.

Sentirete, questo sì, vescovi e responsabili di curia descrivere i numeri di questo calo vertiginoso di presenza dei preti nella Chiesa, li sentirete elencare i dati pacatamente, troppo pacatamente, in modo distaccato, come se fosse una situazione da accettare così com’è, anzi la chance per una nuova Chiesa più di popolo.

Nella nostra terra italiana, terra di antica cristianità, assisteremo in questi prossimi anni alla scomparsa delle parrocchie, allo stravolgimento, impensabile fino a qualche anno fa, della struttura più semplice del Cattolicesimo, di quella trama di comunità parrocchiali dove la vita cristiana era naturale per tutti … ma l’assoluta maggioranza dei cattolici impegnati farà finta di niente, perché i pastori hanno già fatto così.

È un “cataclisma”, un “terremoto”… ma nessuno piange, si fa finta di niente.

Si fa finta di niente, perché bisogna che la favola della primavera della neo-chiesa continui. Ci si sottrae a qualsiasi verifica storica, si nega l’evidenza di una crisi senza precedenti.

E si prepara un futuro che ci sembra poco cattolico.

Sì, perché si parla di “ristrutturare” l’assetto delle comunità cristiane, di fare spazio ai laici (come se in questi anni non ne avessero avuto a sufficienza), si inventa un nuovo genere di fedeli cristiani che diventeranno gli addetti delle parrocchie, che di fatto sostituiranno i preti. Fedeli laici “clericalizzati”, un nuovo genere di preti che terranno le chiese … e nell’attesa di una qualche messa predicheranno loro, come cristiani adulti, il Verbo di verità …

… ma nessuno piange, nessuno prega gridando a Dio.

Forse non gridano perché da anni qualcuno ha preparato questo terremoto nella Chiesa.

Hanno svilito il sacerdozio cattolico, trasformando i preti da uomini di Dio ad operatori sociali delle comunità. Hanno ridotto loro il breviario e la preghiera, gli hanno imposto un abito secolare per essere come tutti, gli hanno detto di aggiornarsi perché il mondo andava avanti … e gli hanno detto di non esagerare la propria importanza, ma di condividere il proprio compito con i fedeli, con tutti.

E come colpo di grazia gli hanno dato una messa che è diventata la prova generale del cataclisma nella Chiesa: non più preghiera profonda, non più adorazione di Dio presente, non più unione intima al sacrificio propiziatorio di Cristo in Croce, ma cena santa della comunità. Tutta incentrata sull’uomo e non su Dio, tutta un parlare estenuante per fare catechesi e comunità. Una messa che è tutto un andirivieni di laici sull’altare, prova generale di quell’andirivieni di signori e signore che saranno le nostre ex parrocchie senza prete.

E con la messa “mondana”, hanno inculcato la dottrina del sacerdozio universale dei fedeli … stravolgendone il significato. I battezzati sono un popolo sacerdotale in quanto devono offrire se stessi in sacrificio, in unione con Cristo crocifisso, offrire tutta la loro vita con Gesù. I fedeli devono santificarsi: questo è il sacerdozio universale dei battezzati. Ma i fedeli non partecipano al sacerdozio ordinato che è di altra natura, che conforma a Cristo sacerdote. E’ attraverso il sacramento dell’Ordine che Cristo si rende presente nella grazia dei sacramenti. Se non ci fossero più preti sarebbero finite sia la Chiesa che la grazia dei sacramenti.

Martin Lutero e il Protestantesimo fecero proprio così: distrussero il sacerdozio cattolico dicendo che tutti sono sacerdoti: sottolineando appunto il sacerdozio universale, il laicato.

Nella pratica della ristrutturazione delle parrocchie forse si finirà così: diverso sarebbe stato affrontare questa crisi con nel cuore e nella mente un’alta stima del sacramento dell’ordine, sapendo che il prete è uno dei doni più grandi per la Chiesa e per il popolo tutto; ma così non è: si affronterà questa crisi dopo anni di protestantizzazione e di relativizzazione del compito dei preti. Si affronterà questa crisi dopo anni di confusione totale nella vita del clero; dopo anni di disabitudine alla messa quotidiana e alla dottrina cattolica: così i fedeli faranno senza il prete, anzi già fanno senza. E quando un prete arriverà, non sapranno più che farsene, abituati a credere che il Signore li salva senza di loro e i loro sacramenti.

A noi sembra ingiusto far finta di niente.

Per questo chiediamo ai nostri fedeli di pregare con forza perché il Signore torni a concedere, come un tempo, tanti sacerdoti alla sua Chiesa. Cari fedeli abbiamo il coraggio di chiedere, anche con le lacrime, questa grazia al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.
E teniamo come dono preziosissimo la Messa di sempre, la Messa della tradizione, che sola saprà dare nuovi preti alla Chiesa di Dio.
 
https://intuajustitia.blogspot.it/2017/01/e-in-atto-la-piu-grande-crisi-nella.html?m=1

preti e orge in canonica

Dopo lo scandalo di Padova. Un clero che è immerso nel “sociale”, che è del mondo (quel mondo il cui principe risponde al nome di Satana), che si occupa di tutto ma non dell’anima, che non parla più di peccato e di grazia, dei novissimi, della Messa come rinnovazione del sacrificio della Croce, del valore delle nostre afflizioni, delle nostre sofferenze da offrirsi a Dio, non è più in grado di opporsi alle tentazioni.

di Giovanni Lugaresi

La vicenda triste, dolorosa, di Padova, tale da far riecheggiare Isaia (“amaritudo mea amarissima”), ha visto i media scatenati, ovviamente, data la vicenda di per se stessa, e quindi l’allargamento dello scandalo dal parroco di S. Lazzaro a un confratello della zona collinare euganea, presentato da giornali e televisioni come “il padre spirituale di Belen Rodriguez” (prosit!). Entrambi protagonisti di avventure erotiche, con annessi & connessi, per così dire, cioè (addirittura) orge, strumenti da sexy shop, videoporno, giro di donne, e di soldi…

Complimenti a chi avrebbe dovuto vigilare, complimenti a chi è deputato alla formazione dei sacerdoti in seminario, complimenti a chi non ha capacità di vedere, di avvertire che un giovane non è fatto per il sacerdozio, per la vita religiosa. Dovrà risponderne davanti a Dio prima che, eventualmente, all’autorità religiosa … competente. Ma, e questo è un risvolto della vicenda, esiste ancora un’autorità religiosa, più o meno “competente”? Esiste ancora una disciplina del clero? Esistono ancora regole, obblighi in pro della vita spirituale di sacerdoti, religiosi e religiose?

Sì, certo, il peccato carnale è sempre stato commesso da certi preti e religiosi, e la letteratura ne è piena, a incominciare dal Boccaccio, ma … Qui sembra ci sia “continuazione” nel peccato della carne, e uno stridente contrasto con quanto poi appariva pubblicamente dei due sacerdoti padovani.

Ma c’è un altro risvolto della vicenda. A televisioni locali e nazionali, parrocchiani e/o anche semplici cittadini interpellati hanno, da un lato, fatto l’elogio dei due sacerdoti, che predicavano bene, che aiutavano la gente, dall’altro, che tutto dipende (cioè il sesso e le orge in canonica) dal fatto che i preti non si sposano.

Perché i preti non si sposano rimandiamo a un libro scritto nei primi Sessanta del Novecento da (udite! udite!) padre Ernesto Balducci, notissimo esponente del clero progressista, che però argomentava fortemente, efficacemente sul significato e sul grande valore del celibato.

La nostra attenzione invece va alle persone non delle parrocchie che hanno risposto alle domande dei telecronisti. Sarà stato un caso, ma non ne abbiamo sentita una (diciamo una!) fra tantissime intervistate che abbiano sottolineato un dato di fatto caratterizzante una parte non trascurabile del clero e del mondo religioso odierno.

Che è immerso nel “sociale”, che è del mondo (quel mondo il cui principe risponde al nome di Satana), clero che si occupa di tutto ma non dell’anima, che non parla più di peccato e di grazia, dei novissimi, della Messa come rinnovazione del sacrificio della Croce, del valore delle nostre afflizioni, delle nostre sofferenze, da offrirsi a Dio.

Il senso del peccato sembra latitante, se non scomparso, a fronte di una melassa buonista dominante anche ai piani alti della Chiesa.

Viene da chiedersi, e da chiedere, se preghiera e penitenza abitino ancora nelle curie vescovili, nelle parrocchie, in quelli che un tempo chiamavamo “i nostri ambienti”.

Già. Preghiera e penitenza … Annullate? Per dare spazio al luterano “sola fides”? Tanto va bene lo stesso … e oggi pare sia Lutero a docere in parte di una chiesa che non dà più certezze.

Ecco, questo, o qualcosa di simile avremmo voluto sentir dire da uno, almeno da uno degli intervistati. Invece, tutto deriva dal fatto che i preti non si sposino!!! Come se, fra i laici sposati non ci siano casi di “balletti rosa”, scambi di coppia, per finire poi con la pedofilia. E si sa che pedofili sono tanti pastori protestanti … sposati. E allora?

Nessuno degli intervistati che abbiamo sentito ha poi pronunciato i nomi “Dio”, “Gesù Cristo”, o si sia indignato di fronte a un evento di tale portata, senza per carità condannare, esprimendo però dolore, costernazione per questo “tradimenti di chierici”.

Non sappiamo ovviamente (parrocchiani a parte) se gli intervistati siano credenti, praticanti…

Procedendo però di questo passo, giorno verrà in cui non ci si scandalizzerà più di preti che fanno sesso con la perpetua o con parrocchiane, chiamando poi alla goduria altri confratelli, organizzando orge; e giorno verrà in cui sarà accettata la pedofilia, non soltanto dalla società civile, ma, purtroppo, pure da quella ecclesiale. Si troverà una ragione, un elemento, un cavillo, una scappatoia per giustificare ciò che non verrà più considerato colpa e/o peccato.

Eccesso di pessimismo, il nostro? Lo vorremmo, ma a questi chiari di luna, e procedendo in questa direzione, il pessimismo è giustificato.

Preghiera, penitenza, meditazione, opere di misericordia sì corporali, ma senza trascurare (anzi!) quelle spirituali; infine, e sarà un nostro chiodo fisso, ma pure letture: dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, da Jacopone a San Tommaso, da Dante a Tommaso da Kempis, da Manzoni a Bloy, da Bernanos al convertito Papini e al tormentato, sempre in cerca della fede, Prezzolini. Sono elementi caratterizzanti dei nostri sacerdoti?

Che Dio ci aiuti, e che aiuti quei preti peccatori, i quali probabilmente non hanno realizzato che quando ci si rivolge con fede al Signore chiedendogli soccorso, il soccorso arriva: qui e ora. Soltanto così si vincono le tentazioni, quelle della carne comprese.

http://www.riscossacristiana.it/preti-peccati-sessuali-e-vaniloqui-di-giovanni-lugaresi/

venerdì 20 gennaio 2017

non scordare la corazza

L’armatura che il cristiano deve indossare ogni mattina prima di affrontare il mondo

 


La Guerra … fa rumore
Sparatorie. Bombe. I segni della battaglia sono chiari. L’attacco è palese.
Ma questa è una guerra diversa. Il nemico è silenzioso. Furtivo. Spesso sconosciuto. Gli attacchi sopraggiungono nei momenti di debolezza, disattenzione, tentazione. La moralità e la virtù sono messe sotto pressione ed alla prova. Questa guerra riguarda il modo in cui difendete voi stessi. Non servono bombe né pistole, ma una vera armatura.
«Armor of God – L’armatura» di Dio è un piccolo video realizzato dai Life Teen, un gruppo di ragazzi americani, per evangelizzare, tradotto e sottotitolato in italiano a cura di È il Cielo che Regge la Terra


I consigli di s. Paolo per la lotta spirituale (Ef 6, 10-20)
«Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere».

da «Aleteia»

Fermatevi! E sappiate che io sono Dio!!!!

Abbiamo dimenticato chi è il Signore della natura



di Riccardo Cascioli 

Scosse continue di terremoto (ormai centinaia dallo scorso agosto), temperature polari e nevicate storiche. E ora anche la slavina, tragica combinazione di terremoto e neve, che ha distrutto l’Hotel Rigopiano, alle pendici del Gran Sasso, inghiottendo una trentina di persone che da ore aspettavano dei mezzi per portarli in salvo, bloccati anche loro da una neve senza precedenti. 

Un destino crudele, si direbbe, che si accanisce su queste popolazioni e che lascia un senso di impotenza. Impotenza che si fa preghiera: per i morti, per i feriti, per i sopravvissuti all’ultima tragedia, per gli sfollati, per quelli che sono rimasti in questi paesi e vivono quotidianamente la paura che solo chi ha sentito un forte terremoto può comprendere; per quanti da mesi e, soprattutto in queste ultime ore, si stanno prodigando per soccorrere le vittime, per migliorare le loro condizioni, in circostanze a volte veramente problematiche. Solo la preghiera, affidare tutti costoro alla divina Misericordia, la certezza di una compagnia buona al fianco di chi soffre, dà un senso al dolore di questi giorni.

C’è chi, anche in questa occasione, non resiste alla tentazione di fare polemica, di additare dei responsabili, per portare acqua al mulino del proprio partito o della propria posizione. E pensare che mai, come in questa occasione, ci sarebbe molto da riflettere sulla Natura e sul rapporto dell’uomo con l’ambiente che lo circonda. Perché stavolta parlare di colpe e responsabilità è davvero impossibile. Siamo davanti a fatti senza precedenti, alla coincidenza di terremoti e nevicate che non hanno precedenti, e che sono fuori dalla possibilità di controllo da parte degli uomini.

Invece viviamo in tempi dove il delirio di onnipotenza dell’uomo occidentale – dimentico della civiltà cristiana che l’ha generato - è arrivato a pretendere di poter controllare la natura, di poterla regolare, di poter decidere il freddo e il caldo. Nel tragico combinarsi di due eventi imprevedibili e incontrollabili – il terremoto e una cascata di neve – troviamo la risposta della natura, una forza enorme capace di spazzare via l’uomo e le sue costruzioni in qualsiasi istante.

Nella storia gli uomini hanno via via sviluppato sempre nuove conoscenze e nuove forme per difendersi dalla forza devastante della natura. E soprattutto, nel mondo cristiano, hanno imparato a rivolgersi al Signore della natura, all’Unico che può calmare la tempesta e comandare ai venti. Solo oggi vediamo dominante una cultura che pretende di avere in mano le chiavi della natura, nel bene e nel male, e questa cultura ha contagiato anche i cristiani.

In altri tempi, davanti a eventi come quelli cui stiamo assistendo nell’Italia centrale, avremmo visto vescovi e preti organizzare pellegrinaggi, preghiere comunitarie, adorazioni, digiuni per chiedere al Signore di placare le forze della natura. Tanti santuari, anche nella nostra Italia, sono collegati a eventi di questo genere, alle grazie ricevute dal Signore che ha riportato la pace e la prosperità. Oggi tutto questo sembra dimenticato, si preferisce pensare che sia più efficace la raccolta differenziata, o l’uso dei mezzi pubblici. Sembra che a nessuno venga più in mente di rivolgersi al Signore, a Colui che, per la fede del suo popolo, può decidere di salvarlo. Ma si può pretendere di ottenere se neanche si chiede?





Una preghiera molto ricorrente è "Signore aumenta la mia fede".
La fede è sempre anche un dono, una grazia da chiedere a Dio.
Si chiede per la fede che si ha già, ma si chiede di accrescere questa grazia.
E' evidente che in un cammino (una sequela) un passo si aggiunge al precedente e ha bisogno di quello successivo. Se la lucina s'accende anche all'improvviso, poi la fiammella va alimentata di continuo, per non spegnersi ed anzi brillare sempre più.
E' il mistero di un'esperienza che muove dalla finitezza e proietta nell'eternità.
La fede è l'intreccio di volontà umana coinvolta-con e affidata-a quella di Dio.
Credere a Dio (non a un'idea su Dio, ma alla Sua rivelazione) è aver fede in Lui.
Credere a Dio come l'ha rivelato Gesù, nella Santissima Trinità, la fede di Maria e dei santi, la fede della Chiesa, ci incammina su strade nel mondo ma non del mondo.
Pregare non è mai "tempo perso", sottratto al "fare", perchè orienta il cuore a Dio.
La preghiera è indispensabile: ci rende umili (mendichiamo ciò che non è nostro e non piò venire da noi) e diventa recipiente della grazia, per esserne pieni.
Si prega sapendo Chi preghiamo e si aumenta la fede con la quale viviamo pregando.
Il cristiano prega ciò che gli si è reso noto, non l'ignoto.
Prega per camminare in quella luce verso l'eternità, non per brancolare con qualche consolazione psicologica nell'oscurità della storia, unica prospettiva e orizzonte.
Chierici poco credenti pregano poco o ritengono la preghiera esercizio consolatorio.
Agiscono nel mondo per cambiarlo forti delle proprie idee, tipo "il tempo superiore allo spazio", quasi che non fossero entrambe (come l'uomo) creature di Dio.
Chierici poco credenti hanno il culto dell'uomo, avendo tanta fiducia nel mondo.
Perciò la loro preghiera non è volta soprattutto a chiedere di aumentare la fede.
Diventa così un cortocircuito: avendone poca ne avranno ancor meno.
Si chiese Gesù se al Suo ritorno avrebbe trovato ancora fede (in Lui) sulla terra.
Infatti se si crede e si prega poco, la fede sarà poca anche facendo molto.
Le nostre sante messe da offerta, preghiera e sacrificio si sono trasformate in assemblee festose ed autocelebrative di comunità interessate a servire l'uomo.
Dobbiamo innanzitutto uscire da questo vicolo cieco: Signore aumenta la mia fede!  

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/01/e-se-la-chiesa-tace.html

giovedì 19 gennaio 2017

globalizzazione/comunione/comunismo

“Trump? E’ la fine dell’utopia della globalizzazione. Torneranno le nazioni”

 



Gerardo Adami
Giulio Tremonti, intellettuale critico del globalismo, aveva già teorizzato in “Uscita di sicurezza” le crepe nel sistema politico economico a cui si è uniformato l’Occidente. Unico italiano invitato all’Inauguration day dell’era di Donald Trump, sul Corriere della Sera ha puntualizzato le sue analisi sul mondo che cambia con l’elezione del magnate alla Casa Bianca.

Fine di un’epoca: Trump come il muro di Berlino caduto
“È la fine di un’epoca. La fine dell’utopia della globalizzazione. E, seppur in modo soft, questa data (il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump ndr) ha una portata storica simile alla caduta del comunismo. Qualche giorno dopo le elezioni americane, Obama disse a Berlino che la vittoria di Trump non sarebbe stata la fine del mondo. Non è stata la fine del mondo ma sarà la fine di “un” mondo. La giovane talpa populista ha via via scavato il terreno su cui la globalizzazione aveva costruito nell’ultimo ventennio la sua cattedrale”.

Globalizzazione come utopia declinante insieme al politicamente corretto
Spiega Tremonti: “Quella che sta crollando è un’utopia. L’utopia della globalizzazione. Un’utopia che era stata costruita sulla base di due formule chiare e interconnesse: “politically correct” e “responsibility to protect”. È durata vent’anni esatti. Lanciata nel gennaio del 1996 col secondo mandato alla Casa Bianca di Bill Clinton, immaginata come l’anno zero dell’umanità, articolata come progetto di creazione dell’uomo nuovo e di un mondo nuovo. L’uomo nuovo è il consumatore ideale, l’uomo a taglia unica, a cui vanno cancellate radici e tradizioni, in tutto e per tutto conforme allo schema ideale del consumo e del comportamento politicamente corretto. Uno degli ultimi atti di questa presidenza è stato l’adattamento in logica gender delle toilette degli edifici federali…”.

La fine della democrazia per consumatori esportata tragicamente nel mondo
“Esportare la democrazia come se fosse un hamburger di McDonald’s. Persino io, che di queste cose mi sono sempre occupato, non ho fatto due più due: la globalizzazione non riguardava solo le dinamiche economiche ma anche quelle politiche. E i suoi sacerdoti la celebravano come una religione”.

Il populismo come ribellione dell’umanità
“Nel glorioso ventennio della globalizzazione, il conflitto millenario tra potere e denaro è stato superato: il denaro ha battuto e assorbito il potere. Il derby tra Imperatore e Creso l’ha vinto Creso. Con una specifica. Creso non voleva solo fare i soldi ma anche occuparsi degli interessi dell’umanità. L’umanità se n’è accorta e si è ribellata. E da lì il “populismo” ha iniziato a prendere forza”.

Il ritorno in Italia di formule nazionali
Chi può essere l’interprete italiano di questa nuova epoca? Alla domanda del giornalista del Corsera, Tremonti risponde: “È impossibile dirlo. È probabile che in politica tornino le formule nazionali, il made in Italy”.

Chi interpreterà in Italia questo movimento popolare dal basso in antitesi al globalismo?
Resta senza guida l’ampio movimento di critica della globalizzazione e delle sue appendici in Italia: l’arcipelago sovranista ne avrebbe titolarità, ma è frastagliato e poco incline all’ascolto di intellettuali complessi come Tremonti. La sinistra, dopo anni di seduzione neoliberista, ha reciso il cordone con le classi operaie, ceto storico di riferimento. Un movimento patriottico, distante da canovacci superati, potrebbe segnare un nuovo inizio. A condizione di interpretare davvero lo Zeitgeist …

lefebvriani: “testimoni della Tradizione”

Ancora sulla FSSPX 

 



Un lettore, che dichiara di trovarsi in genere in sintonia con quanto vado sostenendo in questo blog, mi ha scritto per esprimere il suo dissenso a proposito delle idee da me espresse nel post del 4 gennaio scorso (“Modi diversi di vivere la tradizione”). E mi sottopone una serie di domande piuttosto impegnative:

1. Quale professio fidei? Se in essa vi è incluso Trento e il Vaticano I, [i lefebvriani] dovrebbero per prima cosa riconoscere l’illegittimità della loro posizione nei confronti della Santa Sede. Cioè dovrebbero riconoscere di aver agito in modo errato e di aver ferito l’unità della Chiesa. Cioè dovrebbero, in altre parole, farsi “penitenti” e ammettere di aver disobbedito in modo grave e con scandalo per molti. Questo non solo non è mai avvenuto, neppure per accenni, ma hanno piú di una volta rincarato la dose. Proprio perché sono d’accordo con lei che una certa severità fa parte dell’educazione (cf quanto lei dice su aborto e misericordia), non vedo perché questo non debba riguardare anche l’atteggiamento orgoglioso e deliberato dei seguaci dello scisma.
2. L’accettazione del Vaticano II sarebbe facoltativa? A mio parere, se vogliono far parte della Chiesa cattolica romana, l’accettazione del Vaticano II è una condizione non negoziabile. Se il Vaticano II (ecumenico sí o no?) diventa un optional per un gruppo, non vedo perché non possa diventarlo per chiunque. E questo sarebbe un suicidio, per motivi che lei può capire molto bene. Con questo non intendo dire che l’ultimo Concilio non abbia i suoi limiti e che la sua recezione non ne abbia ancora di piú. Ma piú di un concilio ha avuto dei limiti, a partire da Trento e dal Vaticano I. Anche nel magistero piú alto e solenne ci possono essere contingenze e parzialità. Questo però non autorizza a squalificarlo in toto. Se Mons. Lefebvre ha firmato i documenti conciliari, quale problema ci sarebbe ad accettarli da parte dei suoi seguaci, riservandosi eventualmente una interpretazione specifica?
3. Il problema liturgico (riforma della riforma, ordo vetus, ecc., a cui lei accenna in un altro suo post) non è secondario, in tutto questo. Lei, quando parla della riforma della curia, fa delle osservazioni molto sensate; fra l’altro fa notare che non si può stare a riformare la curia in continuazione o con troppa frequenza, bisogna anche sapere accettare, cum grano salis, certe imperfezioni del medium umano e conservare una certa stabilità e continuità nel tempo. Questo, non solo il solo a dirlo, vale molto di piú per la liturgia. Personalmente sarei contrario a rimettere mano all’attuale stato dei testi liturgici, a meno che non si tratti di aspetti periferici, non strutturali. Proprio per evitare la danza dei cambiamenti in quel cuore rituale che è bene duri nei lunghi periodi sostanzialmente invariato e ripetitivo (anche il messale di Pio V non era immune, come si sa, da cospicui limiti). Le riforme della liturgia dovrebbero essere meno frequenti almeno rispetto a quelle della curia romana. Il problema principale, a mio parere, non sono gli attuali libri liturgici, ma il fatto che essi sono spesso disattesi e messi male in pratica. Ora, l’insistenza della Fraternità San Pio X sul vecchio rito, intangibile e sacralizzato per loro, è proprio segno di una ideologizzazione, accusa dalla quale lei sembra assolvere, forse un po’ troppo facilmente, i fratelli scismatici.
4. I seguaci di Mons. Lefebvre sono davvero ancora scismatici? La scomunica è stata tolta da Papa Benedetto; Papa Francesco ha confermato che si può ricevere non solo validamente ma anche lecitamente l’assoluzione sacramentale presso i loro sacerdoti... a questo punto l’unità è praticamente già fatta. Anche qui non si capisce bene: l’assoluzione sí e perché non la comunione? Su questo punto si tace. Immagino mantenendo la celebrazione eucaristica e l’intercomunione ancora sotto una riserva. Ma forse che il Papa non sa che quelli che “per vari motivi” si confessano da quei sacerdoti partecipano poi anche alle loro messe? Dunque riceverebbero lecitamente l’assoluzione avendo già l’intenzione di ricevere illecitamente la comunione. Siamo a posto.
5. Il metodo pastorale adottato da Francesco verso i lefebvriani mi sembra che metta in luce nel modo piú chiaro il vistoso limite del suo concetto e della sua pratica della misericordia: in fondo non è proprio necessaria la conversione, il riconoscimento dello sbaglio e la penitenza relativa; basta la sola gratia, discendente, che cosí lascia le cose come stanno oppure le peggiora, perché crea confusione. C’è anche il limite “dottrinale”, le classiche confusioni in cui cade ogni tanto il Pontefice del “discernimento”: assoluzione sí comunione no, come se la grazia fosse ripartibile col metro. Naturalmente sull’atteggiamento aperturista di oramai quasi totale legittimazione degli anticonciliari lefebvriani da parte del Papa (come ho detto manca solo la “formale” intercomunione), i fans aperturisti di Francesco tacciono sistematicamente, perché per loro è imbarazzante.

Proverò a rispondere a ciascun punto, ma senza rispettare l’ordine in cui le domande sono state formulate. Si tratta di pensieri già espressi su questo blog; ma non posso pretendere che i nuovi lettori vadano a leggersi tutti i post da me scritti in passato, né che gli aficionados ricordino ogni parola da me pronunciata anche diversi anni fa.

Il Concilio e la professione di fede

Partirei dalla questione del Concilio, che, a mio parere, va risolta prima di ogni altra. Nel mio post affermavo: «Il Vaticano II va preso per quello che è, e cioè un Concilio … “pastorale”». Con ciò non intendevo in alcun modo squalificare il Concilio, ma semplicemente metterlo nella giusta prospettiva. Come dicevo, nei suoi confronti non si deve né avere un totale rifiuto, né considerarlo un “superdogma”. Proprio per il suo carattere pastorale e per non aver voluto definire alcun nuovo dogma, esso non deve essere tanto teorizzato (col rischio di trasformarlo in una ideologia, come di fatto è avvenuto in molti casi negli ultimi cinquant’anni), quanto piuttosto attuato (visto che i suoi insegnamenti hanno per lo piú carattere pratico). Il Concilio non ha in alcun modo cambiato la dottrina cattolica (anche se forse qualcuno avrebbe voluto che lo facesse e molti pensano che lo abbia fatto), ma ci ha invitati a cambiare mentalità, ad assumere un nuovo stile, a praticare metodi pastorali diversi.

Questo ci obbliga ad adottare un atteggiamento diverso anche nei confronti della FSSPX. Uno degli aspetti principali del Vaticano II è, senza dubbio, l’ecumenismo, inteso non solo come ristabilimento dell’unità con le antiche Chiese e comunità ecclesiali separate da Roma, ma anche come stile da assumere nei confronti di chiunque si è in qualche modo allontanato dalla comunione con la Chiesa cattolica. Ebbene, il Decreto conciliare sull’ecumenismo (Unitatis redintegratio) non solo ci invita a «eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano secondo equità e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono piú difficili le mutue relazioni con essi» (n. 4), ma ci indica anche che cosa si deve pretendere quando un non-cattolico chiede di essere riammesso nella Chiesa cattolica: «Per ristabilire o conservare la comunione o l’unità bisogna “non imporre altro peso fuorché le cose necessarie” (At 15:28)» (n. 18).

Il “Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, Appendice), dopo aver fatto riferimento al succitato testo conciliare (n. 1), stabilisce: «Da chi è nato e battezzato fuori della comunione visibile della Chiesa cattolica non si richiede piú l’abiura dall’eresia, ma soltanto la professione di fede» (n. 6). E in nota rimanda al Direttorio ecumenico del 1967, nn. 19 e 20 (nel Direttorio del 1993 questo aspetto non viene ribadito semplicemente perché, penso, nel nuovo Codice di diritto canonico son si parla piú di abiura). Il Rito dell’ammissione prevede la recita del Simbolo niceno-costantinopolitano seguito dalla formula: «Credo e professo tutte le verità che la Santa Chiesa cattolica crede, insegna e annunzia come rivelate da Dio» (n. 15).

Se questo è quanto la Chiesa esige dai non-cattolici che bussano alla sua porta, chiedo: perché dai lefebvriani (di cui nessuno finora ha messo in dubbio la cattolicità) dovrebbe pretendere qualcosa di diverso (accettazione incondizionata del Concilio, sottoscrizione del Catechismo della Chiesa cattolica, ecc.)? Si ritiene che la formula prevista dal rito di ammissione su riportato non sia sufficiente? Si richieda allora l’emissione della professio fidei, prevista dal can. 833. Ovviamente, una volta ristabilita la piena comunione e riconosciuta canonicamente la nuova Prelatura (o quel che sia), al Prelato, nell’assumere il suo ufficio, sarà anche richiesto di prestare il “giuramento di fedeltà” annesso alla professione di fede.

Ma allora, che fine fa il Vaticano II? diventa un optional, vincolante per alcuni e senza valore per altri? Nei tre commi finali della professione di fede si dichiara di accogliere, con l’assenso richiesto per ciascun livello di magistero (infallibile, definitivo e autentico), quanto insegnato dalla Chiesa. Come giustamente faceva notare Mons. Guido Pozzo nelle sue interviste, il problema non è tanto l’accettazione del Vaticano II, quanto piuttosto l’accettazione del Magistero della Chiesa: «L’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesú Cristo» (Dei Verbum, n. 10). L’accettazione del Concilio Vaticano II (con le sue peculiarità), al pari dell’accettazione di tutti gli altri Concili (con le loro peculiarità), rientra nella sottomissione — questa sí incondizionata — al Magistero della Chiesa. A me nessuno ha mai chiesto di fare una dichiarazione di fedeltà al Concilio; non vedo perché debba essere chiesto ai lefebvriani.

Lo stato canonico della FSSPX e il metodo pastorale di Papa Francesco

“I seguaci di Mons. Lefebvre sono davvero ancora scismatici?” Forse una domanda come questa, piú che a me, andrebbe rivolta a un canonista. Secondo il can. 751, lo scisma consiste nel «rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». I commentatori fanno notare che si parla di “rifiuto”, non di semplice disobbedienza. La FSSPX ha commesso tale delitto? Non sta a me dare una risposta. Certamente Mons. Lefebvre e i quattro Vescovi da lui consacrati incorsero nella scomunica latae sententiae, prevista dal can. 1382 (consacrazione episcopale senza mandato pontificio); ma quella scomunica è stata revocata con il decreto del 21 gennaio 2009. Nella lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica del 10 marzo 2009, Benedetto XVI scriveva: «Un’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del Collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione piú dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità». Il Papa parlava di “pericolo di scisma”, non di “scisma”. Perché continuare a parlare di “scisma” dopo la remissione della scomunica? In quella stessa lettera Benedetto XVI aggiungeva: «Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri — anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica — non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa». Il problema dunque non stava nello scisma, ma nella posizione canonica della FSSPX. La mancanza di uno stato canonico nella Chiesa impediva ai suoi membri di esercitare legittimamente qualsiasi ministero. Mi par di capire che essi si trovassero dunque in una condizione di “sospensione” (can. 1333). Ma ora sembra che anche questa situazione, quantunque senza una esplicita dichiarazione, sia stata di fatto superata. La decisione, prima temporanea (lettera del 1° settembre 2015) poi definitiva (lettera apostolica Misericordia et misera del 20 novembre 2016), di Papa Francesco di concedere la facoltà di assolvere a tutti i sacerdoti della FSSPX sembrerebbe aver superato anche la situazione di “sospensione”, per cui ora si ha l’impressione che sia rimasto solo il problema del riconoscimento canonico della Fraternità.

A questo punto si possono inserire le riflessioni sui metodi seguiti da Papa Francesco. Penso che tutti abbiano ormai capito che non rientro fra i sostenitori delle “aperture” pastorali dell’attuale Pontefice. Uno degli aspetti che desta in me maggiore preoccupazione è il suo dichiarato disinteresse per le questioni dottrinali. A questo proposito, non condivido affatto l’approccio da lui adottato in campo ecumenico; non credo che giovi in alcun modo alla causa dell’unità ignorare le differenze dottrinali che ci separano gli uni dagli altri; non è vera (o, per lo meno, piena) unità quella che si limita a collaborare per il bene materiale dell’umanità. Ciò nonostante, sono convinto che, nell’affrontare le diverse questioni, un pizzico di sano pragmatismo non guasti. I fatti hanno dimostrato che la posizione assunta dal Card. Ratzinger prima e da Benedetto XVI poi nei confronti della questione lefebvriana era inadeguata. Insistere sul fatto — lo abbiamo appena visto ribadito nella sua lettera ai Vescovi — che il problema della FSSPX non fosse di carattere disciplinare, ma dottrinale, non ha portato a nessun risultato. Per questo, nella fattispecie, apprezzo maggiormente l’atteggiamento piú spregiudicato di Papa Bergoglio. Le reazioni delle opposte tifoserie non credo che abbiano alcuna rilevanza in questa sede.

Il problema dell’«intercomunione»

A tale proposito, mi sembra che la situazione sia abbastanza confusa. Ci sono stati diversi pronunciamenti (in genere lettere di risposta a precise domande dei fedeli) da parte della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, non sempre del tutto coerenti fra loro. Nelle lettere del 27 settembre 2002, del 18 gennaio 2003 e del 5 settembre 2005, quindi prima della revoca della scomunica, l’allora Segretario Mons. Camille Perl aveva dichiarato che si può assolvere il precetto festivo assistendo alle Messe celebrate dai sacerdoti della FSSPX (che non dovevano essere considerati scomunicati, ma soltanto sospesi). Poi, il 1° dicembre 2010 (quindi dopo la remissione della scomunica), ci fu l’intervista di Mons. Guido Pozzo, in cui si invitavano i fedeli cattolici a evitare la partecipazione alla Messa celebrata dai sacerdoti della FSSPX, perché canonicamente irregolari (successivamente, Mons. Pozzo precisò che nulla era cambiato rispetto alla posizione precedentemente espressa da Mons. Perl). Il 28 maggio 2012, infine, lo stesso Mons. Pozzo ha scritto una lettera che sembrerebbe contraddire i precedenti pronunciamenti. Per cui risulta difficile esprimersi in proposito. Personalmente, ritengo che, se è possibile soddisfare il precetto festivo partecipando alla Messa celebrata dai sacerdoti della FSSPX, è altrettanto lecito comunicarsi durante quella Messa.

Il Vetus Ordo e la “riforma della riforma”

La celebrazione della Messa secondo il Messale di San Pio V mi sembra che debba essere considerata uno degli elementi essenziali del carisma della FSSPX. In questo non vedo assolutamente nulla di illegittimo: nella Chiesa esistono — sono sempre esistiti — tanti riti diversi; non vedo che cosa ci sia di male se la Chiesa ammette delle realtà (istituti religiosi, società di vita apostolica, prelature, ordinariati, parrocchie, cappellanie, ecc.) che seguono l’antico rito (come nella Primaziale di Toledo c’era una cappella dove si celebrava — non so se ciò avvenga ancora — secondo il rito mozarabico, o i domenicani celebravano secondo il loro rito proprio). Si tratta semplicemente di mantenere vivo un rito che è stato il rito della Chiesa latina per secoli (i lefebvriani diventerebbero cosí in qualche modo nella Chiesa i “testimoni della tradizione”). È chiaro che quanti celebrano secondo questo rito non possono considerarlo esclusivo, quasi fosse l’unico valido, né devono farne un’ideologia. Ma questo è un discorso che vale per tutti i riti, Novus Ordo compreso.

Il discorso della “riforma della riforma”, a mio parere, non tocca direttamente la FSSPX; è un discorso che riguarda noi, che celebriamo la liturgia cosí come rinnovata dopo il Concilio Vaticano II. Sono d’accordo sul fatto che il problema della riforma liturgica sia, innanzi tutto, quello di una sua spesso carente applicazione. Sono pure d’accordo sul fatto che non si può fare una riforma a ogni elezione di Papa; ma questo non significa che il rito della Messa, come lo celebriamo noi oggi, non possa subire qualche ritocco. Capisco — come qualcuno mi ha fatto notare — che questo non è il momento migliore per farlo (secondo Sandro Magister, pare che si voglia addirittura rimettere in discussione l’istruzione Liturgiam authenticam del 2001, e tornare cosí alle sciatte traduzioni dell’immediato postconcilio); ma qui stiamo parlando in linea di principio, non perché si debba mettere in cantiere la “riforma della riforma” nei prossimi mesi. Quando si parla di “riforma della riforma”, non si tratta di abolire la riforma liturgica, ma semplicemente di migliorarla, recuperando alcuni elementi del vecchio rito (p. es., l’orientamento o l’uso, almeno parziale, del latino), che forse erano stati frettolosamente abbandonati nella riforma postconciliare. Il punto di riferimento di tale “riforma della riforma” non dovrebbero essere i gusti personali di Tizio o Caio, ma la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che in alcuni punti è stata indebitamente disattesa dalla riforma postconciliare. Non ho mai fatto mistero del mio, diciamo cosí, scarso entusiasmo per la liberalizzazione indiscriminata dell’usus antiquior (si veda, p. es., il post del 22 maggio 2011); sono profondamente convinto del fatto che, come affermato dal Card. Ratzinger, «a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica» (lettera al Dott. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003); anzi, sono giunto alla conclusione che la “riforma della riforma”, proposta dal Card. Ratzinger, debba avere proprio questo obiettivo: ridare alla Chiesa romana un unico rito romano. Come ha scritto il Card. Robert Sarah nel suo libro La force du silence, «Se Dio lo vuole, quando lo vorrà e come lo vorrà, in liturgia, la riforma della riforma si farà. Nonostante lo stridore di denti, essa verrà, perché ne va dell’avvenire della Chiesa».
Q

mercoledì 18 gennaio 2017

Convegno S. Liturgia 2017

Pubblicato il programma del Convegno S. Liturgia 2017





che si terrà a Milano nel mese di giugno. 

Fra i relatori si segnalano in particolare il card. Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto divino, Il card. Burke, p. Vincenzo Nuara, officiale della Pont. Commissione Ecclesia Dei, dom Alcuin Reid, autore del fondamentale "Lo sviluppo organico della liturgia", padre Uwe Michael Lang, autore dell'altrettanto fondamentale "Rivolti al Signore".
 

Le iscrizioni sono già aperte sul sito del Convegno: http://www.milan-sacraliturgia.com

martedì 17 gennaio 2017

chiesa da 6 politico

  ESISTE ANCORA IL CATTOLICESIMO???

 

 

Il titolo di questo post è volutamente polemico, nonostante sappia bene che nel mondo cattolico esistono persone rette e stimabili, sia tra i laici sia tra il clero.
 
Questa domanda oramai si pone pressante. Il mondo cattolico sta divenendo una "chiesa da 6 politico"?
 
Il "6 politico" per chi non è passato attraverso gli anni '70, era una proposta avanzata, e probabilmente a volte applicata, da quegli studenti che, pur non avendo studiato, volevano a tutti i costi essere promossi almeno con un "6" regalato, ossia un "6 politico".
 
Non aveva senso alcun sforzo personale, tutti, per il semplice fatto di respirare, avevano diritto alla promozione.
 
Come allora, pare che oggi la Chiesa cattolica si sia massivamente imbevuta di una strana ideologia: non si deve chiedere nulla a chi in teoria segue Cristo, nessun impegno, nessuna rinuncia. Gli si deve applicare una misericordia che non tenga conto dei frutti che dovrebbero discendere da una vera conversione. "Venite tutti come siete, entrate, non fatevi alcuno scrupolo", diceva un vescovo negli anni '80 rivolto ai giovani per invitarli in seminario. 
 
Anche questo principio, come la misericordia senza frutti di conversione, è devastante. Il degrado morale di troppo clero cattolico non deriva solo da una società che oramai non si riconosce più nei valori cristiani ma dal fatto che la Chiesa non sa più separare ciò che è buono da ciò che non lo è; deriva dal drammatico fatto che non sa più realmente formare qualcuno. Contro questo fatto solare non vale alcun argomento contrario!
 
Allo stesso modo, predicare una misericordia che non cambia nessuno è molto pericoloso, anzi è decisamente dannoso. È un grimaldello populista per rovinare il poco di sano esistente.

Un lettore confuso, scrivendomi, mi chiede se tutto ciò nasce realmente da Dio, come diverse gerarchie cattoliche e il papa stesso stanno dicendo. Da quanto detto, è facile pensare che la mia risposta è negativa.
 
Tuttavia, invito questo lettore e chiunque mi legge a quel discernimento che lo stesso san Paolo chiede ai suoi fedeli. 
 
Nella Chiesa, si badi molto bene!, non esiste una assistenza magica. Nessuno, neppure l'autorità più alta è assistito magicamente da Dio, così assistito da permettersi di dire e fare ciò che vuole.
 
Nella Chiesa del Nuovo Testamento, di san Paolo, dei padri e dei santi, tutto si verifica, come lo stesso apostolo delle genti esortava a fare.
 
Solo una Chiesa profanizzata osa chiedere una obbedienza cieca e assoluta. Questo tipo di Chiesa è realmente il prototipo di tutte le peggiori dittature che abbiamo visto nel XX sec.
 
Quando una direttiva crea frutti amari, contrari alla vita della Chiesa, quella direttiva è sicuramente contro Dio, anche se chi la diffonde pensa provenga da ispirazione divina.
 
Esiste, poi, un altro modo di verifica. Se un chierico diffonde una novità o una nuova prassi, si osservi bene quale sia la vita di quel chierico. È un uomo autenticamente pio, una persona di vera preghiera, presta reale ossequio alle sante tradizioni? È un uomo che segue Cristo, non il mondo, che vuole piacere a Cristo, non al mondo? Rispondendo già a queste domande capiamo da che pulpito possono nascere certe novità.
 
Nello stato misero in cui versa l'Occidente cristiano io non credo proprio che tutto ciò esista se non in infinitesima parte. Esiste, piuttosto, una grande confusione, un ottenebramento, un reale calo della pratica religiosa, un aumento dell'indifferentismo. Forse tutto ciò è permesso per una buona ragione ma sta di fatto che non ci si deve illudere né scambiare per oro ciò che è solo paglia.
 
In nessuna epoca come l'attuale si parla così tanto di "Spirito" e di "seguire lo Spirito", ma in nessuna epoca come l'attuale non si sa cosa sia lo Spirito e cosa realmente voglia e operi.
 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2016/11/cattolicesimo-una-chiesa-da-6-politico.html

Ave, o Santo che fuggisti




lunedì 16 gennaio 2017

patacche della chiesa

Mi scrivono:
«[...] quello che sta cercando di fare la Chiesa, nel caso dei divorziati risposati, è di applicare l'epikeia tomista, concetto simile ed allo stesso tempo diverso all'oikonomia orientale.
Mi pare che gli ortodossi abbiano da secoli una pratica più misericordiosa, verso chi fallisce nel matrimonio, e allora perché solo i cattolici dovrebbero essere trattati con più durezza? Se può vivere in grazia di Dio un cristiano ortodosso risposato dovrebbe valere lo stesso anche per un cristiano cattolico. 
Mi dica dove sbaglio, eventualmente, per favore. Grazie».


 
Caro lettore, ho riportato quanto sostanzialmente lei mi ha scritto evitando appunti sulla mia persona che non ritengo affatto importanti per il nostro discorso. Il discorso del matrimonio fallito e del risposarsi è abbastanza antico, in Oriente. Nonostante ciò, le norme, entrate nella legge romana, che lo disciplinavano non sono state recepite in Occidente. 
  Facciamo un po' di chiarezza.  
La Chiesa in Oriente (come in Occidente) ha sempre ribadito l'importanza dell'indissolubilità del matrimonio. In Oriente ciò si applica per chi si risposa con un rito penitenziale di matrimonio, non identico al vero rito matrimoniale. Chi si risposa, poi, non si può accostare frequentemente al sacramento dell'Eucarestia ma solo nelle feste più importanti e a determinate e strette condizioni. Chi vive così, è dunque in una situazione penitenziale permanente e non sarebbe in tale situazione se fosse sposato nel primo matrimonio. Questo secondo (al limite terzo) matrimonio penitenziale non è cosa regolare ed è cosa solo tollerata in ragione della debolezza umana.
È lo stesso discorso che si sta facendo nel mondo cattolico, oggi? Mi scusi, ma non mi sembra affatto anche perché, letto con la mentalità di chi invoca misericordia nel Cattolicesimo, anche questa forma ortodossa porrebbe in "serie B" il cristiano risposato.  
Infatti, nella mente di chi invoca la misericordia non esiste alcuna condizione penitenziale nel senso sopra spiegato poiché la situazione cristiana è osservata molto umanamente con mentalità umanistica, non soprannaturalmente. Non è infatti un caso che si parli di "diritto" (alla comunione per il divorziato risposato), un termine laico che non è di pertinenza all'ambito religioso. Nella stessa Bibbia non si parla mai di diritti ma l'uomo, rivolgendosi a Dio, gli chiede: "Insegnami i tuoi decreti!" (vedi Sl 118) poiché il centro di tutto non è l'uomo con le sue supposte ragioni ma Dio. D'altronde questi "fiori di misericordia" occidentali, nascono in un contesto nel quale in gran parte si sono persi i riferimenti spirituali e ascetici che, al contrario, sono chiarissimi in Oriente in chi li vuole praticare, potendo pure trovarsi una tradizione che, in tal senso, è viva, non teorica.  
Ciò che è importante, infatti, non è la sola liturgia. La conservazione di una forma tradizionale di culto non è nulla se è priva di una profonda prospettiva spirituale-carismatica (in senso patristico), se è priva di un'autentica teologia praticata nella vita del cristiano.
  La gloria del Cristianesimo, infatti, non sono le semplici istituzioni esterne o l'aiuto che gli viene dato da un imperatore o da un capo di Stato (in un sito "supercattolico" pensano che l'esistenza di Putin sia la gloria dell'ortodossia russa, ma questa idea è piuttosto sempliciona, superficiale e stupida!). La gloria del Cristianesimo è la sua pratica che fa incontrare Cristo in interiore homine.
Allo stesso modo, invocare una misericordia senza vivere un'autentica prospettiva penitenziale (ognuno ha un motivo per essere un penitente fiducioso!), non serve a nulla se non a illudere e a portar fuori strada le persone, come in effetti sta succedendo.
Ecco perché personalmente mi schiero con i perplessi dinnanzi a queste pianificate pubblicità di "misericordia ecclesiale" che cercano vanamente di fare un restyling esteriore ad un edificio le cui colonne portanti stanno per rovinarsi.

http://traditioliturgica.blogspot.it/2016/12/ricevo-e-rispondo.html

15 promesse, 10 benedizioni e 7 benefici

15 promesse, 10 benedizioni e 7 benefici della recita del Santo Rosario

Questa bella preghiera, recitata con devozione, fede e meditazione, offre un enorme profitto spirituale

 

La parola “rosario” proviene dal latino e significa “ghirlanda di rose”. La rosa è uno dei fiori più usati per simboleggiare la Vergine Maria. Se si chiedesse quale sia il sacramentale più emblematico che possediamo noi cattolici, le persone risponderebbero probabilmente il Santo Rosario.

In questi ultimi anni il Rosario ha fatto una ricomparsa poderosa, visto che molti cattolici lo recitano e anche quelli che lo conoscevano poco hanno imparato a recitarlo in famiglia. 

Il Rosario è una devozione in onore alla Vergine Maria. Si compone di un numero determinato di preghiere specifiche. Ecco alcune informazioni sul Rosario che potranno esservi utili.

Promesse del Rosario:
  1. Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
  2. Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
  3. Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
  4. Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
  5. Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
  6. Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
  7. I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
  8. Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
  9. Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  10. I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
  11. Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
  12. Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
  13. Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
  14. Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
  15. La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.          


Benedizioni del Rosario: 
(Magistero dei papi)
1) I peccatori ottengono il perdono.
2) Le anime assetate sono saziate.
3) Coloro che sono legati vedono infrante le loro catene.
4) Coloro che piangono trovano gioia.
5) Coloro che sono tentati trovano pace.
6) I bisognosi ricevono aiuto.
7) I religiosi sono riformati.
8) Gli ignoranti sono istruiti.
9) I vivi vincono il declino spirituale.
10) I morti hanno le loro pene alleviate per via dei suffragi.





Benefici del Rosario: 
(San Luigi Maria Grignion de Montfort)
1) Ci eleva insensibilmente alla perfetta conoscenza di Gesù Cristo.
2) Purifica le anime nostre dal peccato.
3) Ci rende vittoriosi su tutti i nostri nemici.
4) Ci facilita la pratica delle virtù.
5) Ci infiamma d’amore per Gesù.
6) Ci arricchisce di grazie e di meriti.
7) Ci fornisce i mezzi per pagare a Dio e agli uomini tutti i nostri debiti e infine ci ottiene ogni sorta di grazie.


Non smettere di recitare il Santo Rosario, e se ancora non hai iniziato a farlo tieni conto del fatto che forse potrebbe essere il modo in cui Dio ti sta chiamando a entrare nel suo ovile, ad essere suo figlio, il figlio della sua Santissima Madre e fratello del suo Figlio prediletto: attraverso l’amore e la devozione a Maria, nostra Madre per sempre.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]