venerdì 18 febbraio 2011

MONS. ANGELO GRIECO

* 19 6 1914 + 21 2 1991


Retribuere, dignare, Domine,
omnibus, nobis bona facientibus
propter nomen tuum,
vitam aeternam.  Amen.


Spes, Christe, nostræ véniæ,
tu vita, resurréctio;
ad te sunt corda et óculi
cum mortis dolor íngruit.
 
Tu quoque mortis tædia
passus dirósque stímulos,
Patri, inclináto cápite,
mitis dedísti spíritum.
 
Vere nostros excípiens
languóres, pastor míserens,
tecum donásti cómpati
Patrísque in sinu cómmori.
 
Apértis pendens brácchiis,
in cor transfíxum pértrahis
quos moritúros ággravat
morbus vel mæror ánxius.
 
Qui portis fractis ínferi
victor pandísti cælicas,
nos nunc doléntes érige,
post óbitum vivífica.
 
Sed et qui fratres córpore
nunc somno pacis dórmiunt,
iam te beánte vígilent
tibíque laudes réferant. Amen.

Oratio: Pro defuncto Sacerdote
Deus, qui inter apostolicos sacerdotes famulum tuum Angelum sacerdotali fecisti dignitate vigere: præsta, quæsumus; ut eorum quoque perpetuo aggregetur consortio. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

R.I.P.


Dagli scritti di fr. Pietro Andrea Liegè, sacerdote.
Morire insieme a Cristo.
La nostra fede riconosce nel sacrificio e nella morte di Cristo la fonte e la porta di tutte le cose che nella nostra vita prendono la forma di sacrificio e di rinuncia. Infatti il Dio vivente non si mostra forse Dio per mezzo della croce di Gesù, il quale trasfor­ma in speranza la morte e gli altri mali e calamità che agiscono nella nostra vita? Forse Gesù nel pro­prio sacrificio non restaurò pienamente le relazioni dell'uomo verso Dio, conducendo fino all'estremo la spirituale battaglia?

Morire con Cristo vuol dire impegnarsi nella sua sequela, persistendo proprio in questa speranza e in questa lotta spirituale; nella spirituale lotta ci emancipiamo con Cristo quando ci impegniamo per mezzo della carità di Dio e dei fratelli, a qualunque prezzo, contro ogni menzogna o ingiustizia o fata­lità o violenza o odio o macchinazione dei potenti o paura che si presenta.

Nella speranza ci assoggettiamo a Cristo, quando dalle profondità della nostra morte o delle nostre disperazioni e defezioni, o incredulità, o disperazioni umane di tutti i rimproveri della nostra vita, ci rimettiamo pienamente al Dio vivente. II mistero pasquale rifulge sopra tutte le rinunce di ogni genere alle quali consentiamo, o sopra le frustrazioni che sopportiamo, o nel dominio che abbiamo di noi stessi sulla disciplina alla quale ci sottomettiamo.

Non parliamo di una stoica sapienza o di un certo ascetismo morale.
La vita risuscitata con Cristo confluisce già nel «morire con Cristo», essa trasfigura la nostra batta­glia e la nostra povertà,essa provoca la nostra offer­ta e decisione. «Infatti se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8).

Morire con Cristo vuol dire vincere l'inerzia dell'esistenza, la cupidigia, distaccarsi dalla volubi­lità, lasciare la leggerezza dell'animo, desistere dalla fatuità, dal modo di apparire, e scegliere, invece, sinceramente il Vangelo e aderirvi fedelmente fedelmente.
Morire con Cristo vuol dire allontanarsi dalle ricchezze e dall'umana gloria e accettare d'essere privati per conformare la propria vita in vista del regno di Dio.


Morire con Cristo vuol dire addossarsi il ri­schio dell'affetto fraterno che richiede di espropriar­si, o accettare il pericolo di testimoniare la verità e la giustizia fra gli uomini, o di sperimentare il peri­colo di mantenere la fede data.
Morire con Cristo vuol dire sopportare le asprezze e le resistenze di quelli che ci stanno intor­no e ammettere il cambiamento che serve per instaurare una esistenza di fedeltà.

Morire con Cristo vuoi dire accettare la propria morte come una oblazione e un riporsi con fiducia in Dio, ricevere nella speranza la morte anche dei fratelli e degli amici.

Morire con Cristo vuol dire sopportare con animo sereno l'invecchiamento, i disprezzi, le sconfitte, anche nelle fatiche apostoliche.

Morire con Cristo vuol dire essere liberali dall'egoismo e dalla auto ammirazione per mezzo di vari stimoli di amore e di partecipazione agli altri di misericordia e di riconciliazione.

Morire con Cristo vuol dire sperimentare qualche volta l'oscurità della fede e sopportarla con fermezza. Sono così numerose le occasioni di abnegazio­ne e di sacrificio, quasi necessarie in ogni vita cri­stiana condotta seriamente. Tuttavia bisogna guardarsi dal cambiarle nel nostro modo di agire. A ognuno secondo la propria condizione o il tempo nel quale vive o secondo la vocazione che ha ricevuto, lo Spirito Santo a tempo opportuno fa sentire la chiamata che conviene a cia­scuno, nella pace e nel gaudio e in una gioia più salda le stesse esterne tempeste o agitazioni dell'anima. Non c'è assolutamente celebrazione del­l'Eucarestia quando Cristo, che partecipa il proprio  sacrificio pasquale con i credenti coadunati, non assuma su di sé tutto quello che nella loro vita pre­senta l'aspetto di sacrificio e di abnegazione evan­gelica, sì da cambiarlo in frutti di vita proprio in virtù della sua Resurrezione. Non è tale la nostra  celebrazione dell'Eucarestia?

Dagli scritti del Servo di Dio G. Quadrio, sac.
(Ed. R. Bracchi,  G. Quadrio, Risposte, Roma 1992, 236-238)
La morte, per il cristiano, è l'inizio della vera vita
La fede illumina la morte di luce soave, presentan­done anche gli aspetti positivi e consolanti. Per un cri­stiano, morire non è un finire, ma un incominciare; è l'inizio della vera vita, la porta che introduce nell'eter­nità. È come quando, dietro il filo spinato del campo di concentramento, risuona l'annuncio sospirato: "Si torna a casa". Morire è socchiudere la porta di casa e dire: "Padre mio, eccomi qui, sono arrivato!". È, sì, un salto nel buio; ma con la sicurezza di cadere nelle braccia del Padre celeste. Chi crede realmente nella vita eterna, non può non ripetere con san Paolo: "Per me la morte è un guadagno... Desidero andarmene ed essere con Cristo, per­ché ciò è molto meglio". "Finché abitiamo in questo cor­po, noi soggiorniamo lontano dal Signore... Il nostro desiderio è di cambiare il soggiorno di questo corpo col soggiorno nel Signore". Oltre la tomba, gli occhi che noi chiudiamo vedono ancora. I morti non sono crea­ture annientate, ma creature superviventi.  La paura ossessionante della morte potrebbe anche essere causata dal turbamento per i peccati commessi e dal timore del giudizio divino. In tal caso, bisogna opporre a questo terrore una fermissima speranza nel­la misericordia infinita del Padre celeste. Chi ci giudi­cherà e deciderà della nostra sorte eterna non è un nemico o un estraneo; ma è il nostro fratello maggio­re, che per salvarci ha affrontato gli strazi del Calvario e ci ama più di quanto noi non amiamo noi stessi. San Francesco di Sales diceva che nel giorno del giudizio preferiva essere giudicato da Dio che dalla propria ma­dre. Basta riconoscersi peccatori e abbandonarsi con fiducia all'incommensurabile bontà di Dio, per assicu­rarsi il perdono e la salvezza. È cosi bello non sentirsi "in pari" con Lui, ma bisognosi della sua misericordia; sentirsi perduti e insieme salvati da Lui che "è venuto a salvare i perduti". Infine, la radice del turbamento di fronte alla mor­te potrebbe essere il pensiero dei dolori e delle angosce che spesso l'amareggiano. Vi è un rimedio infallibile non per sopprimere, ma per dominare e addolcire questo pensiero: ed è quello di offrire ogni giorno la propria agonia e morte, con tutte le sofferenze fisiche e morali che l'accompagneranno, al Padre celeste in unione con la morte di Cristo, con Io stesso amore e per le stesse intenzioni che ebbe Gesù sulla croce. Quanta luce e qua­le conforto scaturiscono da questa anticipata celebra­zione amorosa della propria morte, offerta al Padre come una piccola ostia unita alla grande Ostia, che è Gesù immolato sul Calvario e in ogni Messa! Allora la nostra morte acquista il significato e il valore di una "corredenzione", cioè di una cooperazione con Gesù nel glorificare il Padre, nell'espiare i peccati e nel salvare il mondo. La morte, resa così oggetto di fede, di speranza e di amore, non cesserà forse di incutere paura; ma que­sta stessa paura sarà accettata e amata come materia preziosa del sacrificio supremo.
Responsorio Sal 30,20; 1 Cor 2,9
Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono. * Ne ricolmi chi in te si rifugia.
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste hai prepa­rato, o Dio, per coloro che ti amano.
Ne ricolmi chi in te si rifugia.
 
Alia Oratio
Præsta, quæsumus, Domine: ut anima famuli tui Angeli Sacerdotis, quem, in hoc sæculo commorantem, sacris muneribus decorasti, in cælesti sede gloriosa semper exsultet. Per Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.
 

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